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Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio Domenica «dei segni degli ultimi tempi», Tempo Ordinario C

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XXXIII Domenica «dei segni degli ultimi tempi», Tempo Ordinario C

Lc 21,5-19; Mal 3,19-20a; Sal 97; 2 Ts 3,7-12



Intervenendo nella storia in modo diverso dalle attese del popolo, Gesù di Nazareth non apporta una pienezza completamente fatta. La presenza del Signore non è un intervento magico che deresponsabilizza l’uomo. È vero, la pienezza promessa è giunta ma aspetta di essere compiuta. È un dono, ma insieme un impegno.
«A volte si vorrebbe che i risultati venissero dall’esterno, senza muovere un dito, come per un miracolo. L’azione di Dio per il Regno non si manifesta come una potenza esteriore: sia perché esso ci viene attualmente comunicato attraverso i segni storici che per sé sono oscuri e spesso ambigui e frammentari; sia perché Dio vuole coinvolgere anche l’uomo nella venuta del Regno» (Catechismo degli Adulti, pag. 54). La pienezza veramente ultima sarà ancora l’incontro di due fedeltà.
Nel discorso escatologico, Gesù spiega quindi il significato del suo intervento messianico, usando il vocabolario e i temi della letteratura apocalittica, linguaggio difficile per noi. L’intervento storico del Figlio dell’uomo inaugura gli ultimi tempi. La pienezza di vita è accordata. L’opera dei Messia è collocata sotto il segno dell’universalismo. Egli deve riunire tutti gli uomini dai quattro venti, perché tutti sono chiamati ad essere figli del Padre. Gerusalemme è condannata perché ha tradito la sua missione trasformando in privilegio per sé il servizio da rendere a tutti i popoli: essa non ha rinunciato al suo particolarismo. Il regno del Figlio dell’uomo non è il trionfo sui nemici del popolo ma il suo cammino di obbedienza fino alla morte sulla croce. La via per giungere alla pienezza sperata è diversa da quella attesa: bisogna passare attraverso la morte per entrare nella vita eterna: perché la morte, accettata nell’obbedienza, può essere la realtà dove si realizza il più grande amore per Dio, e per gli uomini.
Dopo la risurrezione di Cristo, il raduno dell’intera umanità in una comunione di amore con Dio avviene gradualmente e il mondo entra in una fase decisiva della sua crescita, in vista della ricapitolazione universale in Gesù Cristo.
Al centro di questo dinamismo la Chiesa ha una parte essenziale, in quanto è il corpo di Cristo. E come tale deve seguire la via del Maestro: la morte per la vita. E deve ancora continuamente superare la tentazione di identificarsi con il regno definitivo e di chiudersi nel particolarismo.
I muri di separazione che i popoli e le aree culturali non cessano di elevare tra loro sono fondamentalmente l’ostacolo più grave alla riunione dell’universo. La missione della Chiesa è di superare questo ostacolo. Il mezzo è l’amore dei nemici che abbatte le barriere poste dall’uomo. Oggi più che mai ci si rende conto della straordinaria ampiezza del compito della Chiesa.
Si può inoltre misurare la relazione che lega, pur nella loro distinzione, la missione e l’opera di civilizzazione. Uno dei problemi fondamentali del nostro tempo è l’incontro delle culture. È problema politico, sociale, economico, ma non solo. Senza l’amore gratuito e universale, non potrà avviarsi a soluzione.
«La missione profetica della Chiesa risponde a una duplice esigenza: dare senso alla storia degli uomini e insieme denunziarne le ambiguità e gli errori. Chi nella Chiesa avverte di più la prima esigenza corre il rischio a volte di vedere in tutto ciò che è nuovo sempre un fatto positivo; chi sente di più la seconda può essere condotto a rifiutare ogni rinnovamento. È perciò di fondamentale importanza che la Chiesa si lasci guidare dallo Spirito nel discernere gli eventi della storia: infatti, quando meno se lo aspetta, si aprono impreviste possibilità di crescita per l’avvento del Regno. Lo Spirito muove la Chiesa a rendere testimonianza al fatto che nell’intera vicenda del mondo è all’opera una forza di purificazione e di liberazione che tutto proietta verso il Cristo»(Catechismo degli Adulti, pag. 174).

Dall’eucologia:
Antifona d’Ingresso Ger 29,11.12.14
Dice il Signore:
«Io ho progetti di pace e non di sventura;
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi».
La lettura evangelica offre un grande e attuale tema di meditazione: adesso, verso la fine dell’Anno liturgico, simbolo anche della fine degli eventi umani ci viene chiesta una riflessione sulle ultime cose.
I versetti compositi dell’antifona d’ingresso fanno parte dell’epistola di Geremia agli esuli di Babilonia (vedi 29,4-15), con cui il Profeta rivela e manifesta il Disegno divino. Proprio nella catastrofe nazionale dell’esilio egli prevede e preannuncia i propositi di pace, di salvezza propri del Signore, non di tribolazione (v. 11a.c; Is 55,8-11). Al contrario delle previsioni umane, che vedono solo le apparenze ingannevoli il Profeta avverte che nella catastrofe che si approssima inesorabile, che sta per scatenarsi e consumerà la sorte di Gerusalemme, occorre restare tanto più fedeli al Signore e accostarsi a Lui per invocarlo con fede e con fiducia inalterate, nella fedeltà indefettibile che Egli esaudisce sempre (v. 12). Perciò radunerà da dovunque i figli suoi dispersi (Gv 11,52) e li reintrodurrà per sempre nella loro patria vera e desiderata (v. 14).
Canto all’Evangelo Lc 21,28
Alleluia, alleluia.
Risollevatevi e alzate il capo,
perché la vostra liberazione è vicina.
Alleluia.
Il testo del canto all’Evangelo fa parte del «discorso escatologico» di Luca (Lc 21,5-38), e di questo se ne deve tener conto nella lettura. Qui i fedeli ricevono il grave avvertimento a stare sempre vigilanti, a osservare bene i «segni» della Redenzione divina che ormai viene per completare la sua attuazione.
Il discorso escatologico di Gesù, nei sinottici (cfr. Mt 24,1-51; Mc 13,1-37; Lc 21,5-36), è l’ultimo del suo ministero pubblico ed è una delle pagine più ardue dell’Evangelo sia per l’argomento trattato, per se stesso oscuro, sia per le sue caratteristiche letterarie, che esigono in particolare la conoscenza del linguaggio apocalittico giudaico. A queste si aggiungono le difficoltà provenienti dal confronto fra le tre diverse redazioni. Dei quattro evangelisti, Luca è l’unico che distingue nettamente la «piccola apocalisse» (c. 17) – che parla della «mia storia», cioè del destino personale di ciascuno – e la «grande apocalisse» (c. 21) – che parla della «nostra storia», cioè del destino delle società umane. Componendo il c. 21, l’evangelista si è preoccupato in primo luogo di adattare il racconto marciano (Mc 13) ai suoi lettori ellenisti. Del testo di Luca (21,5-36), chiamato la «grande apocalisse lucana», la liturgia ne utilizza solo la metà circa (un’altra parte, Lc 21,25-28.34-36, è stata proclamata la I Domenica di Avvento C).
Le ragioni per le quali il testo di Luca si differenzia notevolmente dal testo di Marco (da cui dipende anche Matteo) sembrano essere:
a) sicuramente la scena del discorso, che è uno dei cortili del tempio e gli ascoltatori di Gesù, che si rivolge non ai suoi discepoli, ma ad alcuni anonimi;
b) il fatto che Luca ha già utilizzato una parte del materiale di Marco in 17,20-37 (brano detto da alcuni «la piccola apocalisse lucana»);
c) il fatto che il terzo Evangelo fu composto quando la distruzione di Gerusalemme era già avvenuta.
Quest’ultima ragione ha indotto l’evangelista a distinguere più chiaramente degli altri tra la fine di Gerusalemme ormai avvenuta e gli avvenimenti futuri, conclusivi della storia umana. Il terzo Evangelo segue da vicino Mc 13,1ss; tuttavia all’occasione sopprime, aggiunge, sposta, ritocca alcuni elementi del discorso. Secondo alcuni autori l’apporto principale e tipico di Luca è nei vv. 20-24. Quanto all’argomento principale del discorso, è noto che gli esegeti si schierano su tre posizioni, con numerose sfumature:
1. c’è chi ritiene che il discorso si riferisca soltanto alla fine del mondo;
2. chi lo interpreta soltanto in funzione della fine di Gerusalemme e della catastrofe del tempio nell’anno 70;
3. chi vi vede insieme trattati i due argomenti, distintamente o ad incastro.
Lo schema di fondo del discorso escatologico è il seguente:
a) una questione introduttoria (vv. 5-7);
b) segue l’indicazione di due segni premonitori della fine: il primo è la presenza dei falsi profeti e delle guerre (vv. 8-11), il secondo è la persecuzione dei discepoli (vv. 12-19);
c) continua con la descrizione-profezia di due avvenimenti: il primo è la rovina di Gerusalemme (vv. 20-24), il secondo è la fine del mondo (vv. 25-28);
d) infine, viene la risposta alla questione del quando (vv. 29-36).
L'ossessione di una fine del mondo, accompagnata da sconvolgimenti cosmici e da cataclismi di ogni genere, non è così estranea al nostro tempo come si potrebbe credere. La minaccia di una catastrofe nucleare probabilmente ha il suo peso in tutto questo. Più di un autore contemporaneo e tutta una serie di filmografia ha descritto questi avvenimenti estremi, come se la fine del mondo fosse ormai alle porte. Quanto poi ai falsi messia, questi non mancano mai.
Il pericolo che i cristiani si lasciassero attirare dai discorsi di certi impostori, che prendevano spunto dalle guerre e dalle sommosse del loro tempo per annunciare l'imminenza della parusia, preoccupava già l'evangelista Luca, che più di Marco e di Matteo cerca di distinguere bene le cose. Innanzitutto, egli sottolinea che non c'è alcun rapporto fra la distruzione del tempio, avvenuta nell'anno 70, e la fine del mondo: la rovina di Gerusalemme non porta con sé la consumazione dei secoli, che anzi potrebbe farsi attendere ancora a lungo. Piuttosto, prima che si verifichino le catastrofi che preluderanno veramente alla fine dei tempi, i discepoli devono sapere che andranno incontro a molte persecuzioni. Superate con una fede purificata dalle sue illusioni apocalittiche, queste rappresenteranno per loro una garanzia di salvezza, un'occasione per mettere in atto la perseveranza che ottiene la vita, la costanza nella fede che è necessaria in qualsiasi momento della storia. Così Luca ci richiama saggiamente all'oggi, a ciò che avviene «prima di tutto questo»: il nostro tempo, la nostra vita. Anche se molte cose crollano, non dobbiamo evadere dalla storia: la fine di un mondo non è ancora la fine del mondo. Rimanere saldi nel Signore nonostante tutte le traversie dell'esistenza è ciò che veramente conta, e non delude.

I lett.: Mal 3,19-20a (Nella Volgata la pericope di oggi è Mal 4,l-2a.)
Il giorno del Signore non è lontano e ci rivelerà a noi stessi, dopo il buio della notte; e ciascuno di noi al suo splendore rivelerà la sua vera faccia, quello che è veramente. Allora, se uno è povero sarà arricchito, se uno soffre sarà nella gioia, se uno è piccolo diventerà grande. E chi è fedele avrà la ricompensa.
La profezia di Malachia chiude i tempi dell'A. T., e questi versetti stanno alla fine del suo scritto. L'oracolo profetico del Signore annuncia che «viene il giorno», questa immensa fiamma che brucerà come paglia tutti i superbi e tutti gli empi. È Parola solenne del Signore delle Šeba’ôt, che di quelle realtà non lascerà radice e germoglio (v. 19).
Si annuncia così il tempo della fatale retribuzione, attraverso segni terrificanti. Tuttavia, per chi teme il Nome del Signore sorgerà il Sole della Giustizia di Dio (v. 20; Is 60,19; Lc 1,78-79; 2 Pt 1,19; anche Zacc 3,8; 6,12; Ef 5,14). Egli addurrà sulla terra la mirabile e attesa guarigione finale (Is 53,5, il Servo sofferente). Così, come sempre opera, il Signore avverte tutti che, mentre getta il terrore sui suoi nemici che Lo respingono, annuncia la pace e la speranza nella Luce divina che risplende per sempre nel cuori dei fedeli che Lo accolgono.

Il Salmo: 97,5-6.7-8.9a e 9bc5 SRD (Salmo della regalità divina)
Il Versetto responsorio, v. 9c, canta il Giudizio di bontà sui popoli: Il Signore giudicherà il mondo con giustizia. II Salmo celebra il Signore nella sua divina regalità, come Sovrano universale. Egli annuncia la sua salvezza con la manifestazione irresistibile della sua venuta per giudicare il mondo.
L'Orante con l'imperativo innico chiama a cantare in segno di giubilo i Salmi al Signore con l'arpa e con la cetra (v. 5), con le trombe metalliche, che spetta suonare solo ai sacerdoti (Num 10,10) e con i corni. E a presentarsi in assemblea santa davanti al Sovrano che viene, anzi, che venendo non cessa di troneggiare nella sua maestà sia nel cielo e sia sulla terra (v. 6). Ma non bastano gli uomini fedeli e pii. Il Salmista chiama a raccolta adesso anche il mare e quanto esso contiene di viventi (Sal 95,11), e la terra e tutti i viventi che la abitano, affinché si uniscano a completare il coro universale, dando segni di giubilo anche essi, così partecipando alla gloria divina (v. 7). Anzi, i fiumi spontaneamente si associano a questa esultanza, battendo le mani (Is 55,12; Ez 25,5; Sal 92,3), come persone intelligenti e sensibili e interessate alla gloria e alla gioia, e i monti si scuotono per l'esultanza (Sal 88,13) quando percepiscono di stare anche essi alla Presenza divina, poiché il Sovrano viene a giudicare tutta la terra (Sal 95,13). Ma nella sua Bontà maestosa, giudica la terra solo con la sua misericordia, e tutti i popoli solo con il suo intervento soccorritore (vv. 8-9).

Esaminiamo il brano

v. 5 Il discorso che segue prende le mosse da un’osservazione sulle pietre del tempio, dimora della presenza divina. Gesù ne annuncia la distruzione (v. 6; cf. 19,43-44). Quando sarà scomparsa questa forma di presenza di Dio (cf. 13,35), quale presenza potremo rintracciare nella nostra storia? Si parla del tempio costruito da Erode in 10 anni, impiegando 100.000 operai e 1.000 sacerdoti addestrati come muratori per i lavori nelle parti più sacre. La fabbrica iniziata nel 20 a.C., continuerà a lungo per le decorazioni; finirà solo nel 64 d.C., sei anni prima della sua distruzione. Passeggiando in uno dei cortili del tempio alcuni anonimi esprimono la loro ammirazione per la colossale costruzione e per i doni votivi che la adornano provenienti dalla pietà dei principi e di privati (cf. 2 Mac 2,13).
Certamente il tempio è bello e Gesù non nega che sia decorato bene. Ma avverte i suoi interlocutori di non lasciarsi ingannare dalle apparenze perché sono effimere. Essi probabilmente non hanno compreso il senso delle parole di Gesù sulla fine del tempio, perché alle loro domande Gesù non risponde. Non dice né quando accadrà né quale sarà il segno che ne indicherà l’imminenza. Invece li ammonisce contro tutto ciò che sì potrebbe interpretare come segno della fine. Le domande poste non sono quelle giuste, come non era pertinente l’ammirazione dinanzi alla sontuosa costruzione. Così per le guerre e per tutte le catastrofi: è certo che avverranno molte cose di questo genere, altrettanto certo è che questo tempio sarà distrutto (Luca scrive dopo la distruzione del Tempio). Tuttavia ci si deve guardare bene dal credere che tutto ciò indichi la fine della storia, come lo annunceranno tanti falsi profeti.
v. 6 Gesù gela dunque l’entusiasmo dei suoi interlocutori, annunziando che tutto sarà ridotto a un cumulo di macerie. Già nell’A. T. i profeti avevano più volte minacciato la rovina del tempio di Salomone, con grande scandalo del popolo (cf. Ger c. 26), il quale non riusciva ad immaginare che Dio potesse distruggere il luogo della sua gloria e della sua dimora tra gli uomini. L’espressione «verranno giorni» è tipica degli oracoli profetici (cf. ad es. Ger 31,31). La minaccia dei profeti era motivata dal tradimento dell’alleanza da parte del popolo e anche Gesù denunzia con le lacrime agli occhi l’incomprensione e l’infedeltà di Israele, che lo ha rifiutato come Messia e Salvatore (cf. 19,41-44).
Anche questa volta, che sarà la definitiva, lo scandalo sarà grande e darà l’avvio alle accuse contro Gesù nel processo che si concluderà con la croce (Mt 26,61; 27,40).
v. 7- Allora gli pongono la domanda, sempre la solita, sul «quando»e sul «segno». È la domanda tipica degli Ebrei che stavano nell’attesa febbrile della redenzione messianica, poiché questa si sarebbe preannunciata con «segni» grandiosi e irresistibili. La medesima domanda gliela pongono perfino dopo la resurrezione, sempre sul «Regno» (cf. At 1,6-7).
«maestro»: In Mc (13,3), Gesù parla soltanto per i discepoli, sul monte degli Ulivi, dopo aver lasciato il tempio (13,1); lo stesso si riscontra in Mt 24,1-3. Luca non precisa il luogo in cui Gesù impartisce il suo insegnamento, ma la conclusione (vv. 37-38) lascia supporre che si trovi sempre nel tempio e si rivolga a tutto il popolo (20,45; 21,38). Notiamo infatti che Gesù è chiamato «maestro» (didáskalos: Mt 8,19; Mc 10,17; Lc 9,38; Gv 3,10) da scribi, aspiranti discepoli, padri disperati, mentre i discepoli in genere lo chiamano «Signore» epistátēs: 5,5; 8,24.45; 9,33.49; 17,13). Nel racconto lucano, Gesù non prende le distanze nei confronti del santuario: la sua persona è il luogo stesso in cui Dio si lascia incontrare. Quanto alla rovina del tempio, non è più un avvenimento che si svolgerà alla fine dei tempi: i termini che indicano la «fine» (synteleia: Mt 24,3; synteleisthai: Mc 13,4) sono scomparsi dalla redazione lucana, per far posto a un fatto storico: bisogna che «questo avvenga» (tauta ginesthai: v. 9; cf. vv. 28.31.32.36); ed è un avvenimento decisivo per gli uomini, alla luce del destino di Gesù.
v. 8 Al primo quesito Gesù non risponde e parla soltanto dei segni del clamoroso intervento punitivo di Dio su Gerusalemme che non ha voluto riconoscere il «messaggio di pace» (Lc 19,42). Anzitutto li esorta a non farsi ingannare come avevano avvertito invano i Profeti (cf. Ger 29,8), come con poca fortuna, lo stesso Paolo (cf. Ef 5,6; Col 2,8; 2 Ts 2,3) e Giovanni (1 Gv 3,7).
Il verbo «ingannare» (gr. planáō), esprime l’idea di far deviare dal retto cammino, di sedurre, ridurre in schiavitù appartiene alla terminologia apocalittica per indicare seduzioni varie di carattere messianico e deviazioni dottrinali (vedi Col 2,8 gr. sylagōgéō, cf. anche 1 Gv 1,8; 2,26; Ap 2,20; 12,9; 13,14). Una volta liberati dal potere delle tenebre e affrancati dal Cristo, rinnegare Cristo per ritornare agli errori antichi sarebbe ricadere in schiavitù (Gal 4,8s; 5,1).
Il preambolo (vv. 8-9) costituisce una messa in guardia dai falsi messia. Gli Atti degli apostoli ne citeranno due (intorno al 44-46 d.C): un certo Tèuda, «che pretendeva di essere qualcuno» (At 5,36), e Giuda il galileo che «indusse molta gente a seguirlo» (At 5,37). Costoro diranno: «Il momento si è avvicinato», riprendendo le parole di Gesù a proposito del regno (10,11), e arrogandosi la capacità di riconoscerne la venuta (19,11; cf. 12,56). Lo stesso vale per le prospettive allarmiste o avventiste che credono di scoprire nelle guerre e negli sconvolgimenti della storia – Luca allude forse alla rivolta giudaica degli anni 66-70 – un segno della fine del mondo. L’evangelista insiste, sottolineando che ciò di cui si parla qui non riguarda il termine degli avvenimenti umani, ma lo sviluppo storico di ciò che avviene nel tempo e nello spazio degli uomini. Per questo l’evangelista Luca non accenna più ai «dolori del parto» (cf. Mt 24,8.19-28; Mc 13,8), che nei profeti sono presagio della liberazione finale (cf. Mi 4,9-10; Ger 30,5-7; Is 66,7-13).
«Io sono»: (= JHWH, cf. Es 3,13ss) È la pretesa di sostituirsi a Dio o di spacciarsi come suoi mediatori, investiti di prerogative divine. Era già accaduto al tempo dei Profeti, contro l’avvertenza contraria del Signore (cf. Ger 14,14), accadrà anche dopo l’Ascensione (cf. 1 Gv 2,18).
«il tempo è prossimo»: il tempo è solo quello stabilito irrevocabilmente da Dio (Dn 7,22; Mt 3,2), non da avventurieri rovinosi. Il termine greco «Kairòs» (= tempo, vedi anche Chronos e Aion) usato dal terzo evangelista indica nella Bibbia il momento decisivo, momento opportuno per prendere risoluzioni. Richiede enormi responsabilità. Nell’AT. JHWH decide che è il momento buono per il giudizio (cf. Dn7,22; Sal 119,126; Qo 3,1). Nel N. T. il Kairòs è segnato dall’apparizione e dai gesti di Gesù (i 30 anni sono fondamentali, cf. Mt 26,18; Mc 1,15; Lc 19,44). Dio attua il suo progetto di salvezza secondo un proprio ordine e conserva il segreto dei momenti decisivi per se stesso (At 1,7). Per gli uomini i Kairòs vengono all’improvviso (1 Ts 5,1-2), un momento di questi è la parusia (= avvento del Signore, del suo Giorno). Dunque l’imperativo a non seguirli!
v. 9 - Invece verranno guerre e sollevazioni di popoli, che fanno parte del corredo permanente della storia umana quando vive dell’orgoglio, della sete di potere e della violenza. Luca usa «rivoluzioni (rivolte, sommosse)» invece di «rumori di guerre (vedi Mc 13,7); allude alla rivolta del 66-70 d. C, che porterà alla distruzione di Gerusalemme. Con quel «prima» l’evangelista Luca pone un distacco netto tra i segni e la fine, specifica che questi e simili fatti appartengono ancora alla storia e non alla fine dei tempi (vedi anche inizio della parabola delle mine trafficate, Lc 19,11ss).
Notiamo infatti che Marco parla della «fine» (ho telos: Mc 13,7; cf. Mt 24,6.14): per il giudeo, essa è una realtà già presente nella nostra storia, dal momento che si tratta del compimento del disegno divino. Nella mentalità greco-romana, invece, la «fine» (v. 9) è il termine»: non avviene «adesso», e quindi non interessa la vita presente. Luca cerca allora un’altra via per far comprendere la medesima realtà, precisando che non intende parlare del punto d’arrivo della storia, ma di ciò che «avviene prima» (cf. anche v. 12).
vv. 10-11 «Poi disse loro»: L’evangelista Luca spezza il discorso e distingue i segni della fine (vv. 10s.25-27) dalla storia che li precede (vv. 12-19.20-24). Le espressioni utilizzate da Luca appartengono a temi e linguaggio apocalittici; l’espressione «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno»si trova in Isaia (19,2), in un oracolo contro l’Egitto sconvolto dalle vittorie assire (722-711 a. C.) e nel secondo libro delle Cronache (15,6), in una profezia del tempo del re di Giuda Asa (sec. IX-VIII a. C).
La cornice del discorso (vv. 10-11) è chiaramente cosmica. Riprendendo il filo del racconto con l’espressione: «Allora diceva loro», Luca attenua il legame che Mc 13,9 e Mt 24,9 stabiliscono fra le catastrofi di cui si è parlato sopra e quelle che annunciano la fine. Gli sconvolgimenti a cui allude Luca a questo punto sembrano essere piuttosto le ripercussioni, su scala cosmica, dello scandalo della morte dell’Inviato. Le perturbazioni della natura indicano fino a che punto l’intera creazione è sconvolta da questo rifiuto omicida: cogliere il vero significato di tali eventi cosmici, significa scoprire in essi gli elementi della storia nella loro portata profetica, alla luce dell’avvento del figlio dell’uomo; è quanto verrà espresso dai vv. 25-27.
v. 12 - Prima ancora avverrà la persecuzione generale dei discepoli a causa del nome di Gesù Cristo; abbiamo qui praticamente, in termini profetici, una sintesi dei primi capitoli del libro degli Atti.. Un preludio alla storia della Chiesa, nella quale la persecuzione subita è indice di appartenenza a Gesù e di condivisione del suo stesso destino. Anche la storia di Paolo può essere considerata su questa linea (cf. At 14,22 e il racconto delle sue prigionie, comparse davanti a re e governatori, insuccessi nelle sinagoghe).
Il tempo delle persecuzioni (vv. 12-19) non va preso come una tragedia.
L’espressione «prima di tutto» riporta il lettore alla concretezza delle situazioni che attendono i discepoli nel corso della storia. Quello che viene tracciato qui, è già il programma degli Atti degli apostoli, che si concluderanno a Roma, crocevia del mondo, dove la Parola è proclamata a tutti «senza impedimento» (At 28,31). Attraverso gli avvenimenti narrati in quel libro, si può scoprire che la persecuzione, e a volte persino il martirio, non sono una barriera tragica e insormontabile. Infatti, né la misericordia di Dio, né il suo disegno di salvezza vengono meno per questo. Anche il naufragio di Paolo e dei suoi compagni (At 27), in definitiva, è una parabola della salvezza gratuita offerta a tutti: neppure «un capello della vostra testa ... sarà perduto» (v. 18; cf. At 27,34).
Sarebbe sbagliato vedere in questo una presentazione troppo rosea della vita dei discepoli: il libro degli Atti descrive chiaramente il cammino difficile dei testimoni che si sono posti al servizio della Parola.
v. 13 «rendere testimonianza»: nel senso: sia di attestare l’esistenza di un fatto, di una realtà ad un uditorio che lo ignora e non può verificarlo direttamente; sia di testimonianza suprema, quella del sangue.
In italiano questa testimonianza viene designata con la stessa parola greca «martyrìa»; il testimone è associato al destino di colui a cui rende testimonianza (leggi ad es. Ap 11,3-12).
Ma la testimonianza è anche quella resa dalla parola di Dio nella vita dei discepoli perseguitati e a loro favore. L’azione dello Spirito santo (cf. 12,12) e della sapienza (v. 15) si manifesta in particolare nella testimonianza di Stefano (At 6,10). La prospettiva di speranza a cui Gesù invita i futuri testimoni è sottolineata dal loghion che abbiamo citato sopra, e che esprime simbolicamente la protezione divina: «Ma anche i capelli della vostra testa sono tutti contati» (12,7; cf. Mt 10,30); sono le parole con cui, in passato, il popolo aveva riscattato Giònata dalla sua colpa (1Sam 14,45: «Ma il popolo disse a Saul: «Dovrà forse morire Giònata, che ha ottenuto questa grande vittoria in Israele? Non sia mai! Per la vita del Signore, non cadrà a terra un capello del suo capo, perché in questo giorno egli ha operato con Dio». Così il popolo riscattò Giònata, che non fu messo a morte»).
vv. 14-15 «non premeditare»: unico uso di questa espressione nel N.T., benché un concetto analogo ricorra in 12,1 ls. Il termine greco «pro-meletao» è usato anche col significato di fare esercizi ginnici o far la prova di una danza; i cristiani non dovranno comportarsi come sportivi o attori di teatro.
«io vi darò lingua e sapienza»: vedi il caso di Stefano in At 6,10; è la sapienza che manifestò Gesù, fin da fanciullo, nel tempio tra i dottori (Lc 2,42ss). Da notare come qui Luca attribuisce a Gesù l’iniziativa che Mt 10,20 e Mc 13,11 (altrove lo stesso Lc in 12,12) riservano allo Spirito del Padre (Mt) o allo Spirito Santo (Mc e Lc).
vv. 16-17 Nella decisione per Gesù si verifica la vera divisione tra gli uomini (cf. Lc 12,51ss; 14,25ss).
«neppure un capello»: dopo l’affermazione precedente può sembrare alquanto strana una simile affermazione (cf. Lc 12,7; 12,4); possiamo considerarla un invito alla fiducia, dato anche il tono del versetto successivo.
v. 19 - A questo punto, Luca aggiunge un versetto abbastanza diverso dal parallelo marciano (13,13) e da quello matteano (24,13), che parlano di «restare saldi sino alla fine»:
«Con la vostra perseveranza possiederete le vostre vite»: Questa «perseveranza» (gr. hypomonḗ) manifesta la lunga pazienza dell’azione di Dio nella vita degli uomini, espressa dalla parabola della semente (cf. 8,15). Frutto della fede, essa è il segno dell’assimilazione del destino del credente a quello di Gesù (Rm 2,7; 5,3f; 8,25; 2 Cor 12,12; 2 Ts 3,5; Gc 1,3f; 5,11; Ap 2,2f; 13,10). La raccomandazione finale della pericope è di confermazione nella perseveranza, che è sopportazione e costanza (il termine greco hypomonḗ è usato solo due volte nell’Evangelo di Luca e comprende ambedue i significati), che è la vera virtù cristiana (cf. Lc 8,15), i discepoli resteranno in saldo possesso della loro anima, ossia della salvezza finale.
Il discorso è interrotto qui. Il seguito, almeno in parte (come abbiamo già detto), è proclamato nella Dom. la di Avvento. È una lettura dunque da tener presente e meditare non solo in questo periodo, ma tutto l’anno. L’interpretazione letterale con un po’ di impegno è abbastanza chiara; difficile, se non impossibile, ne è l’applicazione a situazioni storiche concrete; come accade per il libro dell’Apocalisse.
Un solo suggerimento: ciascuno di noi è interessato nella sua vita da «segni» che lo chiamano al signore, alla sua fine personale e deve farne attenta meditazione.  Esistono anche «segni» comunitari.
Confessiamo di aver perduto un pò il senso «escatologico », finale della nostra esistenza individuale e comunitaria, che confondiamo con la venuta ultima del Signore, un evento proiettato lontano da noi.
La proclamazione di domani ci aiuti in qualche modo a ritrovarla.

II Colletta
O Dio, principio e fine di tutte le cose,
che raduni tutta l'umanità
nel tempio vivo del tuo Figlio,
fa' che attraverso le vicende,
lieti e tristi, di questo mondo,
teniamo fissa la speranza del tuo regno,
certi che nella nostra pazienza possederemo la vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Lunedì 11 novembre 2019
Abbazia Santa Maria di Pulsano


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