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Alessandro Cortesi op, Commento XXXII domenica del tempo ordinario – anno C

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XXXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019
2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38


Nel Primo Testamento si può rintracciare un tortuoso percorso sulla domanda di ciò che attende l’uomo dopo la morte. In una fase più antica il senso profondo della vita è concepito come realizzazione di vita riuscita nel quaggiù: la serenità familiare, il benessere, la pace come pienezza di un vivere godendo appieno dei doni di Dio.

La ricompensa di una vita condotta nella giustizia è vista nel numero degli anni, nella serenità dei rapporti, nel poter apprezzare le cose provenienti dalla provvidenza di Dio. In primo piano sta l’attitudine dell’uomo come desiderio di vivere. Anche la morte è vista come completamento di un percorso in cui il desiderio di vivere ha ricevuto appagamento. Di Abramo si dice: ‘morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni, e fu riunito ai suoi antenati’ (Gen 25,8). Il pensiero alla morte è qui strettamente unito al legame con coloro che appartengono alla medesima famiglia, legame che segna la vita e oltre. La morte appare come inserita nel ritmo della vita e viene presentata come un ritorno alla terra da cui l’uomo è venuto: “Il Signore ha creato l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare. Gli ha concesso giorni contati e tempo definito” (Sir 17,1-2). E’ segno che l’uomo è essere povero, di creta (Ger 18,1-6), di polvere (Gb 10,9), come una veste che si logora (Is 50,9): è manifestazione della sua caducità. La morte ha i contorni di destino comune di tutti gli uomini.

Tuttavia la morte è anche frutto di una rottura, è venir meno e spegnimento del desiderio di vivere e l’uomo vive il dramma del peccato e la morte stessa come dramma (cfr. Gen 3,19). La morte in alcuni testi è percepita come fonte di angoscia e di smarrimento luogo in cui si sperimenta impotenza e amarezza (1Sam 15,32). Accanto a questa linea si può ritrovare anche la provocazione di Qohelet che s’interroga sulla questione del senso dell’esistenza: “La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. (…) Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.” (Qo 3,19-21).

Nella Bibbia si ritrovano anche testi in cui la morte è presentata come un passaggio e ‘ciò che viene dopo’ rimane racchiuso nel mistero di Dio. Ma il giusto non deve temere perché il rapporto con Dio vissuto nel corso della sua esistenza si aprirà ad una comunione più profonda: alcuni salmi esprimono una prospettiva nuova, pur se non meglio specificata, di speranza: il salmo 73 indica l’azione di Dio che ‘prende’ il suo fedele, ed è richiamo al rapimento di Enoc (Gen 5,24 e all’assunzione di Elia (2Re 2,11): “Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73,23-24). Così nel salmo 49,16: “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalle mani della morte”. La morte rappresentata nell’immagine di un regno delle ombre (lo sheol) non ha l’ultima parola, Dio è più forte. Nel salmo 16,10-11: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”. L’accento sta tutto nella fiducia in Dio che non può venir meno al suo amore, alla sua cura, anche se nulla viene detto su ciò che sta oltre la morte.

Così nel libro della Sapienza il giusto è presentato come colui che sta nelle mani di Dio e si evita di parlare della sua morte: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma a differenza degli empi, vivono l’esperienza dell’esistenza nell’amore di Dio: il dono della sapienza che proviene dal cuore di Dio è capacità di realizzare una vita giusta. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità” (Sap 2,23). Il libro della Sapienza è proposta di speranza per il giusto che si aggrappa a Dio: lì confluisce un percorso di speranza nella vittoria sulla morte già annunciato in Isaia: “Dio distruggerà per sempre la morte” (Is 25,8; cfr. Is 26,19: “i morti rivivranno e i loro cadaveri risorgeranno”). La speranza in una vita oltre la morte è tratto proprio della fede ebraica che giunge a maturazione nella dolorosa vicenda storica in cui si colloca la storia dei fratelli Maccabei (2Mac 7; cfr, Dan 12,1-4).

Gesù risponde alla provocazione dei sadducei richiamando alle promesse di Dio, il Dio della vita: è lui che ha donato le sue promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. Il Dio dei viventi è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non deve essere vista come una proiezione della nostra esperienza terrena. Sarà comunione nuova: comunione con Dio per sempre, come futuro in Dio che apre a modalità di relazione nuove e vissute nel suo amore e va al di là di ogni possibilità di descrizione.

L’incontro con Dio inizia nella vita di quaggiù, in questo penultimo e non è senza futuro. Non è questione individuale, ma esperienza di comunione con il Dio di... Abramo e dei viventi e con gli altri in modo nuovo. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio ora, a non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominare anche su Dio e distraggono dal prendersi cura degli altri. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi che vuole una vita buona per tutti i suoi figli, e di questo disegno farsi responsabili sin d’ora.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/

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