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Don Paolo Zamengo," Dio è re perché non è re "

Solennità di nostro Signore Gesu’ Cristo Re Dell’universo
Dio è re perché non è re   Lc 23, 35-43


Oltre a Gesù, Pilato aveva inchiodato sulla croce anche un cartello. “Gesù nazareno re dei Giudei”. Per Pilato era quello il motivo della condanna. Così scaricava la coscienza e giustificava la sua decisione davanti al mondo. Ma forse quell’affermazione poteva dire di più se avesse aggiunto un punto interrogativo alla fine.

Non era stato lui che davanti alla folla, aveva concluso che non trovava in Gesù nessuna colpa? E durante il processo non si era anche lasciato coinvolgere fino a chiedergli “Sei tu il re dei giudei?”, e, dopo, non lo incalza ancora con la domanda: “Dunque tu sei re?”.

I capi dei sacerdoti avevano percepito l’inquietudine di Pilato e allora  pretendono che tolga quella scritta. Al suo rifiuto, sfidano Gesù mettendolo in ridicolo: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!”.
Non riescono a concepire altra regalità se non quella che permette a Gesù di porre fine alla sua agonia. Gesù si proclama re non per sottrarsi a chi lo accusa, si proclama re per entrare nella morte, per affrontarla e vincerla e per coinvolgere l’umanità intera nella sua vittoria.

Ma ora chi è in grado di capire e di comprendere questa regalità?  Non certo i sacerdoti, gli scribi e i farisei che, schierati sotto la croce, suo trono di gloria, si beffano di lui.  Forse Pilato, in misura minima e come da lontano, lui, che non ha ancora smesso di provare interesse per questo misterioso condannato, soprattutto quando il suo centurione era corso a dirgli il suo travaglio interiore: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”.

Allora chi poteva comprendere la sua regalità? Vicinissimo a lui, al suo fianco, inchiodato come lui su una croce, sul Calvario, c’è qualcuno che è già pronto a comprendere che Gesù è re, e, in quale modo la sua regalità si manifesta  davanti a tutto l’universo.

E’ un uomo perduto, un malfattore crocifisso, e fa appello alla sua regalità: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Quest'uomo riconosce il male che ha  commesso e l'innocenza di Gesù: “Egli non ha fatto nulla di male”. Così confessa la solidarietà totale e libera di Gesù proprio con la sua condizione di condannato. Ed è proprio questa vera e concreta solidarietà, fino alla croce, che apre quest'uomo alla speranza. Se uno, venuto da Dio, condivide addirittura la mia stessa condanna, allora esiste una qualche possibilità anche per me.

Allora guarda Gesù, come per cancellare gli insulti e che ha ricevuto e si rivolge a lui con un sussurro: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.  Il malfattore non può vantare nessuna opera buona. Ha il suo male passato e non ha futuro per riparare. Si limita a chiedere il ricordo di Gesù.

E a questo malfattore Gesù promette la partecipazione immediata alla sua regalità: “Oggi con me sarai nel paradiso”. A nessun'altro è garantito il paradiso con questa formalità che Gesù riserva a questo delinquente crocifisso con lui! Quando entrerai, dice il ladrone. 

Gesù era già entrato una prima volta nella gloria ma come profeta respinto, come servo sofferente. Era la prima tappa della sua regalità, quella del mantello rosso della derisione, del sangue della flagellazione e della corona di spine. Resta la seconda tappa, quella del ritorno nella gloria, alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti.

Ma solo quel condannato crocifisso per un reato tanto comune, solo il buon ladrone, riesce a intuire la regalità di Gesù e il significato di quella morte regale che gli permetterà di entrare insieme a lui, nella sua gloria.

Riesce a intuirlo perché la sua miseria lo porta a sentirsi vicino a quel condannato che sta per divenire il suo salvatore. “Gesù ricordati di me”.  Quella regalità non è solo per un futuro lontano, è regalità già ora, da subito, per tutti  e per ogni uomo che osa implorare la misericordia: “In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso!”. Gesù Re condivide con tutti i salvati e con noi la sua regalità. 



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