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MONASTERO MARANGO, "Ripartire dal futuro "

Ripartire dal futuro

Briciole dalla mensa - 1° Domenica di Avvento (anno A) - 1 dicembre 2019

LETTURE Is 2,1-5   Sal 121   Rm 13,11-14   Mt 24,37-44




COMMENTO

Essere vigilanti e pronti, per qualcosa di sorprendente e totalizzante che accadrà: ma di bene, non di male! Penso che si possa interpretare in questo modo l'invito ad essere svegli in attesa della venuta definitiva del Signore, con il quale inizia l'Avvento e il nuovo anno liturgico. Ma, attenzione, il bene può sorprenderci e coglierci impreparati più che il male!
Infatti, nella prima Lettura, Isaia invita ad uno sguardo di fede sulla condizione umana che fa attendere un giorno nel quale tutti si sentiranno attirati dal Signore: «Affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli». Sarà così annullato ogni esclusivismo che faccia dire: «Noi siamo del Signore, non gli altri». Anche i lontani desidereranno apprendere dal Signore un vero stile di vita umana: «Ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Dio sarà così determinante da condizionare, in positivo, le relazioni fra le nazioni: «Sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli». Tanto che eliminerà ogni forma di chiusura, di inimicizia, di esclusione e di guerra tra le nazioni: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione».
Se questa è la prospettiva finale e definitiva, la sua venuta non potrà che sorprendere quella marea crescente e devastante di nazionalismo che sta prendendo oggi l'Europa. La Bibbia non parla mai di costituzione di un unico popolo e della distruzione dell'identità di ciascuna nazione: «Essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). Ogni popolo rimarrà se stesso, ma sarà in perfetta comunione e scambio con tutti gli altri popoli, e questa sarà l'esperienza della presenza e dell'opera di Dio in mezzo agli uomini. Nessuna nazione deve perdere la propria identità, ma deve ritrovarla nella relazione di apertura e di disponibilità verso le altre nazioni. Perciò non possiamo che auspicare che il Signore venga al più presto a distruggere i sovranismi di oggi e realizzare il domani di questa sinfonia dei popoli.

Per tutto questo, i credenti devono essere «consapevoli del momento (kairós)» (seconda Lettura). In che cosa consiste? «Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito (kairós) Cristo morì per gli empi» (Rm 5,6). È necessario essere consapevoli della situazione in cui viviamo. È avvenuta una rivoluzione e una rovina totale di un mondo: il Figlio di Dio ha donato la sua vita umana fino a morire per amore, e l'ha fatto per coloro che non erano assolutamente amabili perché «deboli, empi, peccatori» (Rm 5,6.8). Questa è la dimostrazione piena dell'ampiezza di un amore vero: amare ciò che non corrisponde e non attira amore. Questo è il mondo nuovo dentro il vecchio: la carne umana di Cristo crocifisso per amore.
Allora non può che finire il mondo caratterizzato da «orge e ubriachezza» di insulti e offese verso chi pensa diversamente da sé, da «lussurie e impurità» di razzismi e di esclusioni, da «litigi e gelosie» di chi si preoccupa solo di se stesso e del proprio stare bene contro gli altri. Ma i cristiani, oggi, hanno la «consapevolezza» di questo mondo nuovo, oppure sono dipendenti e attaccati al mondo vecchio?!

«Come furono i giorni di Noè» (Vangelo): giorni di rovina e di salvezza. Tutta una natura e una storia sono finiti con il diluvio, non come condanna divina, ma come conseguenza della tolleranza del male da parte della gente: «Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito». Nulla di negativo, ma il male si è spesso propagato per incoscienza: «Non si accorsero di nulla».
In tutto questo c'è un'allarmante vicinanza con la situazione di oggi. Infatti, per esempio, ci si straccia le vesti e si impreca contro gli stranieri se si subisce un piccolo furto in casa. Ma si è distratti e silenziosi rispetto alla violenza continua che avviene sulle donne e su tutte le categorie più indifese. Oppure non si insorge contro l'illegalità e il malaffare che devastano anche il nostro tessuto sociale, del quale ci vantavamo della sua «onestà».
L'arca non salva dal naufragio, ma scommette su un futuro totalmente divino: nascerà una nuova umanità nella quale verrà negato ogni forma di violenza nei confronti degli altri uomini (cfr. Gen 9,5) e verrà affermata la legittimità, per ogni nazione, di esistere e di prosperare (cfr. Gen 10,32). Un'umanità che dura tuttora, grazie alla fedeltà di Dio e alla sua compromissione con la storia attraverso l'umanità di suo Figlio.

La vigilanza è necessaria perché «non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… Nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo». Nel versetto che precede questo brano del Vangelo c'è, in questo senso, un'affermazione sconvolgente: «Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24, 36). Nemmeno Gesù conosce i tempi e le modalità: proprio Lui, che è quello che determina quegli avvenimenti. Eppure Gesù non si preoccupa e vive nella fiducia nel Padre e nella vigilanza attenta a cogliere la vita nel suo essere segno di un mondo nuovo. C'è già, in questo suo atteggiamento, il segno di un nuovo modo di vivere il proprio essere uomo, nel non sentirsi sminuiti dal non sapere, in un'accoglienza piena di questa propria «piccolezza». Quanto abbiamo da imparare dall'umanità di Cristo, e quanto potremmo cambiare questo mondo con essa!

Alberto Vianello
 Fonte:https://www.monasteromarango.it/

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