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Monsignor Francesco Follo, Lectio "La vita nuova: dono del Dio dei vivi"

La vita nuova: dono del Dio dei vivi
Rito romano
XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 10 novembre 2019
Mac 7, 1-2. 9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38



      1)La morte è una nuova nascita, la possiamo paragonare al parto    che dà alla luce
Oggi la liturgia della parola di Dio ci mette di fronte alla verità di fede della risurrezione. Come recitiamo nel Credo: “Aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. A questa verità molti non credono e al tempo di Gesù erano proprio i Sadducei a non credere nella risurrezione finale e ironizzano su questo argomento con Gesù, il quale dà a loro una risposta chiara, che vedremo nel secondo paragrafo. In questo primo punto propongo alcune riflessioni previe.
Papa Francesco in un’Udienza ci ha ricordato che credere nella resurrezione della carne non cambia solo il momento della nostra morte, ma ci cambia tutta la vita: “Se riuscissimo ad avere più presente questa realtà, saremmo meno affaticati dal quotidiano, meno prigionieri dell’effimero e più disposti a camminare con cuore misericordioso sulla via della salvezza”. E alla domanda, che tutti ci poniamo, su cosa significhi resuscitare, il Santo Padre insiste sul fatto che veramente Dio «restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all'anima... I nostri corpi saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Questa non è una bugia! Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi”. E ha aggiunto: “La trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l'Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui». E bellezza ultima: «mediante il Battesimo... già partecipiamo alla vita nuova, che è la sua vita.... Abbiamo in noi stessi un seme di risurrezione, quale anticipo della risurrezione piena che riceveremo in eredità... Il corpo di ciascuno di noi è risonanza di eternità, quindi va sempre rispettato». Queste considerazioni ci richiamano alla responsabilità, ma insieme ci danno speranza: «Siamo in cammino verso la risurrezione. Vedere Gesù, incontrare Gesù: questa è la nostra gioia! Saremo tutti insieme - non qui in piazza, da un'altra parte - ma gioiosi con Gesù. Questo è il nostro destino!”. E’ un destino di vita, donatoci da Dio. Nel Vangelo di oggi, ma anche in quello di Matteo e di Marco Gesù prova il fatto della Risurrezione dicendo: Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr Mt 22,31-32; Mc 12,26-27; Lc 20,37-38). Lui non è Dio dei morti. Se Dio è Dio di questi, sono vivi. Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita. Eleviamo a Cristo la preghiera perché questo succeda e perché realmente, con la nostra vita, conosciamo Dio, perché il nostro nome entri nel nome di Dio e la nostra  esistenza diventi vera vita: vita eterna, amore e verità.
2) La vita non ci è tolta, ma trasformata.
Alcuni sadducei[1] vanno da Gesù (Lc 20,27-38) per metterLo contro le Scritture Sacre e, forse, perché anche il loro cuore è attratto da Gesù. A Lui si accostano tutti, pur con intenzioni diverse. Oggi sono gli appartenenti a questa corrente politico-religiosa, che -a partire dalle loro teorie- fanno una domanda importante circa la risurrezione dei morti, per difendere la loro interpretazione delle Scritture. Il caso che sottopongono riguarda una donna che è stata moglie di sette fratelli. Uno dopo l'altro essi sono morti senza figli[2]  e questa vedova, presa e lasciata 7 volte, non solo è sterile ma è condannata ad una vita incerta e infeconda. La conclusione dei sadducei è ironica e tremenda: “Voi dite che c'è la risurrezione. E come la mettiamo con questa donna? Ha avuto sette mariti. Di chi sarà moglie nell’aldilà? Spetta a tutti e sette?”.
Con la pazienza tipica di chi ama, Gesù risponde allargando la prospettiva e portando pian piano alla logica della Vita. I criteri della vita attuale non si possono applicare alla vita futura, perché la differenza è sostanziale: “non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (cfr Rm 14,17), per sempre:   Cambia completamente la dimensione dove “su ogni istante gravita l’eterno” (Ada Negri), “La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel  conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria” (San Basilio, Omelia 20 sull’umiltà, cap.3).
Infatti rispondendo, Gesù cita la Scrittura ma sorprendentemente fa riferimento ad Esodo3,6 che è un testo su Dio e non sulla risurrezione: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Dove sta in ciò la prova che i morti risorgono? Se Dio si definisce “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” ed è un Dio dei vivi, non dei morti, allora vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono da qualche parte, anche se, al momento in cui Dio parla a Mosè, essi sono morti da secoli.
Rispondendo ai sadducei, Gesù ne approfitta anche per correggere le idee di quei farisei, che concepivano la risurrezione in termini materiali, prestandosi in tal modo all'ironia degli spiriti più liberali, ironia di cui il brano evangelico di oggi parla: Una donna ebbe sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Gesù afferma che la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente: è una vita diversa perché divina ed eterna: verrebbe da somigliarla a quella degli angeli (cfr Lc 20,36).
Gli angeli[3] non sono le creature gentili e un po' evanescenti del nostro immaginario. Nella Bibbia gli angeli hanno la potenza di Dio, un dinamismo che trapassa, sale, penetra, che vola nella luce, nell'amore, nella bellezza. Il loro compito è di custodire, illuminare, reggere, rendere bello l'amore. Gli angeli, che contemplano incessantemente Dio, sono gli stessi a cui la pietà celeste ci ha affidati in custodia, che illuminano, ci proteggono costantemente nella vita e ci conducono nelle vie del Signore verso la dimora definitiva. Noi siamo chiamati ad una vita angelica qui e ora, e per l’eternità. L’effimero[4] diventa eterno. Con la Croce Cristo non si è liberato dall’effimero, per “fuggire” verso l’eternità, ma ha seminato il seme dell’eternità nel cielo del mondo, per far germogliare il Regno di Dio e introdurre nel mondo una vita angelica.
3) La vita angelica della vita consacrata.
Prima di accennare a come la vita consacrata è vita angelica e trasforma l’effimero in eterno vorrei precisare che quelli che sostengono che il matrimonio non ha alcun seguito in cielo interpretano in modo errato la risposta che Gesù da ai Sadducei. Con l’affermazione: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20, 34-35) Gesù rigetta l’idea caricaturale che i sadducei presentano dell’al di là, come fosse un semplice proseguimento dei rapporti terreni tra i coniugi; non esclude che essi possano ritrovare, in Dio, il vincolo li ha uniti sulla terra[5].   
Oltre alla famiglia, c’è un altro “luogo” che è scuola dell’amore: è la vita consacrata che “educa” trasformando l’esistenza delle persone in un canto di pura lode al Signore: come la vita degli angeli, come la vita dei santi. Ma perché tutto questo avvenga bisogna accordare l'arpa, bisogna acquistare la purezza di cuore e le persone consacrate lo fanno con il voto e la pratica della verginità. La natura pretende dall’uomo che scriva qualcosa di definitivo sulla superficie di un materiale effimero. Mediante l’Eucaristia l’effimero del pane e del vino diventa eterno.   
Analogamente accade nella consacrazione verginale. Quando le vergini si consacrano il loro ideale “in se stesso veramente alto, non esige tuttavia alcun particolare cambiamento esteriore. Normalmente ciascuna consacrata rimane nel proprio contesto di vita. È una via che sembra priva delle caratteristiche specifiche della vita religiosa, soprattutto dell’obbedienza. Ma per voi l’amore si fa sequela: il vostro carisma comporta una donazione totale a Cristo, una assimilazione allo Sposo che richiede implicitamente l’osservanza dei consigli evangelici, per custodire integra la fedeltà a Lui (cfr RCV, 47)… Vi esorto ad andare oltre il modo di apparire, cogliendo il mistero della tenerezza di Dio che ciascuna porta in sé e riconoscendovi sorelle, pur nella vostra diversità” (Benedetto XVI, Discorso alle Partecipanti al Congresso dell’”Ordo Virginum”, 15 maggio 2008).
In questo modo testimoniano con la loro esistenza che la tenera grazia di Dio vale più della vita (cfr Sal. 62/63, 4).


[1] I Sadducei costituirono un'importante corrente spirituale del giudaismo ed anche un preciso gruppo politico, composto dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, come anche, in particolare, il Sommo Sacerdote. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano.
Non conosciamo molto dei sadducei e della loro spiritualità, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei Romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo dopo Cristo. Sul piano dottrinale, si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i sadducei, a differenza dei farisei, considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei primi cinque libri (Pentateuco) della Bibbia o Torah. Al contrario, i farisei sostenevano che avesse pari importanza, la Legge orale ossia la tradizione interpretativa della Torah, trasmessa in maniera verbale.
Al contrario dei farisei, i sadducei non credevano alla resurrezione dei morti. Tuttavia, è lecito dubitare che avessero, al riguardo, una posizione di netta preclusione, sia perché ciò non si concilierebbe con il contenuto della stessa Legge scritta, sia perché l'evidenza archeologica delle modalità di sepoltura seguite dai sadducei attesta, in ogni caso, una fede nella esistenza di un mondo ultraterreno del quale il defunto, alla morte, entra a far parte.
[2] L’essere senza figli per gli Ebrei era considerato come una vergogna grande (cfr, per es,Lc 1, 25) e come un castigo di Dio (cfr, per es., Os 9, 14)
[3] Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma l’esistenza degli Angeli, come "verità di fede", testimoniata dalla Scrittura e dalla Tradizione (CCC n.328). La loro creazione avvenne dal nulla, secondo il pronunciamento del Concilio Lateranense IV del 1215 (CCC n.327).
Sempre il CCC specifica inoltre l’identità degli Angeli: sono creature spirituali, dotate di intelligenza e volontà e sono superiori alle creature visibili (CCC n.330). La missione degli Angeli consiste nell’essere servitori e messaggeri di Dio e potenti esecutori dei suoi comandi (CCC n.329).
Non va dimenticata la relazione degli Angeli con il mistero di Cristo: "Cristo è il centro del mondo angelico" (CCC n.331). Gli Angeli, insieme all’intera creazione, sono stati creati per mezzo di Lui e in vista di Lui, e inoltre, essi sono messaggeri del suo disegno di salvezza (CCC n.331).
Il CCC delinea una catechesi biblica sugli angeli e sulla loro missione nell’AT e nel NT. Gli episodi scelti dall’AT (CCC n.332) nominano i Cherubini che, dopo la cacciata dell’uomo, custodiscono il giardino dell’Eden e l’albero della vita (Gn 3,24); gli Angeli che proteggono Lot (Gn 19); l’Angelo che salva Agar e il suo bambino assetati e smarriti nel deserto (Gn 21,17); quello che ferma la mano di Abramo in procinto di immolare Isacco (Gn 22,11-12); l’Angelo che guida il popolo nel deserto (Es 23,20-23); quello che annuncia la nascita di Sansone (Gdc 13); l’Angelo che annunzia la vocazione di Gedeone (Gdc 6,11-24); l’Angelo che assiste Elia in fuga e impaurito, con una focaccia e un orcio d’acqua (1Re 19,5-7).
Gli episodi scelti dal NT menzionano, anzitutto, Gabriele che annuncia la nascita del Battista e di Gesù (CCC n332). Si ricordano poi gli interventi degli Angeli che cantano l’inno di lode per la nascita del Salvatore, ne proteggono l’infanzia, lo servono nel deserto, lo confortano nell’agonia, annunciano la buona novella della resurrezione, lo serviranno nell’ultimo giudizio (CCC n.333).
Per una buona e sintetica presentazione si veda la voce Angeli nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.
[4] effìmero (o efìmero) è un aggettivo [dal latino tardo ephemĕrus, gr. ἐϕήμερος, comp. di ἐπί «sopra» e ἡμέρα «giorno»], che indica ciò che dura un solo giorno e, per estensione, ciò che ha breve durata: fama, gloria, grandezza effimera; illusioni, speranze effimere le ricchezze materiali sono effimere. 

[5] A questo riguardo P. Raniero Cantalamessa, OFM Capp., Predicatore della Casa Pontificia scrive: “È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l’avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?”. È la Scrittura stessa – non solo il naturale desiderio degli sposi -, ad appoggiare questa speranza. Il matrimonio, dice la Scrittura, è “un grande sacramento” perché simboleggia l’unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 32). Possibile dunque che esso sia cancellato proprio nella Gerusalemme celeste, dove si celebra l’eterno banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa, di cui esso è immagine?
Secondo questa visione, il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. Nel prefazio della Messa dei defunti la liturgia dice che con la morte “la vita è mutata, non è tolta”; lo stesso si deve dire del matrimonio che è parte integrante della vita.”

Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona
ESPOSIZIONE SUL SALMO 65
DISCORSO AL POPOLO
La resurrezione del Capo anticipa la resurrezione delle membra.
1.[v 1.] Questo salmo reca nel titolo: Sino alla fine, cantico del salmo della resurrezione. Quando si canta un salmo, se udite le parole sino alla fine, intendetele " fino a Cristo ". Dice infatti l'Apostolo: Fine della legge è Cristo, a giustificazione di ogni credente 1. Ascoltate dunque quale sia la resurrezione di cui si canta nel salmo, e chi sia il risorto. Ve ne parleremo apertamente nella misura di cui egli stesso ce ne avrà fatto dono. Noi cristiani sappiamo che la resurrezione si è già compiuta nel nostro capo, e che si compirà nelle membra. Capo della Chiesa è Cristo, membra di Cristo è la Chiesa 2. Ciò che prima è accaduto nel capo accadrà poi nel corpo. Questa è la nostra speranza; per la quale preghiamo, per la quale resistiamo e perseveriamo pur in mezzo alla dilagante malvagità di questo mondo. Questa speranza ci consola, finché la stessa speranza non sia divenuta realtà. Sarà infatti realtà quando anche noi risorgeremo, e, trasformati in esseri celesti, diverremo uguali agli angeli. Chi avrebbe osato sperare tanto, senza la promessa della Verità? Una tale speranza, loro promessa, i giudei tenevano gelosamente per se stessi, e si gloriavano assai delle loro opere buone e quasi giuste. Avevano infatti ricevuto la legge e, se fossero vissuti secondo questa legge, avrebbero qui posseduto beni materiali e poi, nella resurrezione dei morti, potevano sperarne altri, analoghi a quelli di cui qui avevano goduto. Per questo i giudei non erano capaci di rispondere ai sadducei, che negavano la futura resurrezione, quando proponevano loro la stessa questione che più tardi avrebbero proposta anche al Signore. Ci rendiamo conto che essi non erano stati capaci di risolvere tale questione dal fatto che ammirarono il Signore quando la risolse. Proponevano dunque i sadducei la questione di una donna che aveva avuto sette mariti, non tutti insieme, ma uno dopo l'altro. Infatti la legge per assicurare la diffusione del popolo stabiliva che, se qualcuno fosse morto senza figli, il fratello di lui, se ne aveva, doveva prendere in sposa la moglie, per dare una discendenza al fratello defunto 3. Proposero dunque la questione di una donna che aveva avuto sette mariti, tutti morti senza figli, i quali, uno dopo l'altro, avevano sposato la moglie del fratello per adempiere al precetto della legge. Chiedendo un chiarimento della difficoltà, dissero: Di quale di loro sarà sposa dopo la resurrezione? Senza dubbio, i giudei non sarebbero rimasti frastornati né si sarebbero arresi in tale questione, se nella resurrezione non avessero sperato di godere gli stessi beni di cui godevano in questa vita. Ma il Signore, che prometteva l'uguaglianza con gli angeli, non un'altra vita umana carnale e corruttibile, poté senza esitazione rispondere: Sbagliate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. Nella resurrezione, infatti, non prenderanno marito né prenderanno moglie: e neppure moriranno, ma saranno uguali agli angeli di Dio 4. Dimostrò così che l'avvicendamento è necessario solo là ove si danno i luttuosi casi di morte; mentre lassù, dove nessuno morrà, non ci si dovrà neppure preoccupare dei successori. Per questo aggiunse: Non moriranno. I giudei pertanto, i quali speravano, anche se carnalmente, nella futura resurrezione, si rallegrarono per la risposta data ai sadducei, con i quali essi discutevano su tale dubbiosa ed oscura questione. I giudei speravano dunque nella resurrezione dei morti; ma speravano di risorgere essi soli alla vita eterna: in forza delle opere della legge e delle giustificazioni delle Scritture, che i soli giudei possedevano e i gentili non possedevano. Da quando però Cristo è stato crocifisso, una specie di cecità è capitata a una parte di Israele, affinché entrasse la totalità delle genti 5, come dice l'Apostolo. Da allora la resurrezione dei morti si è cominciato a prometterla anche alle genti, purché credano in Gesù Cristo e alla sua resurrezione. Ecco perché questo salmo si oppone alla presunzione e alla superbia dei giudei, schierandosi a favore delle genti chiamate, per la fede, a quella stessa speranza nella resurrezione.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/


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