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Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio Domenica “delle opere di colui che viene”

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Domenica “delle opere di colui che viene”
III Domenica di Avvento A


Mt 11,2-11 (leggere 11,1-11); Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10

Gioia del ritorno in patria, gioia per il recupero della sanità, gioia per la libertà riconquistata: ecco il frutto dell’intervento di Dio che salva (I lettura).
Dio vuole la felicità degli uomini, la loro riuscita. Per noi cristiani l’Evangelo, la Buona Novella della salvezza è un messaggio di gioia e di liberazione. In un mondo ricco di possibilità, ma nello stesso tempo in balìa delle contraddizioni e giudicato assurdo da certuni, i cristiani devono comunicare la gioia di cui vivono: una gioia straordinariamente realista e che esprime la certezza, fondata sulla vittoria di Cristo, che nonostante le difficoltà e le apparenti contraddizioni, l’avvenire dell’umanità si sta edificando.
La gioia di Dio è forza. La gioia della Chiesa nella sua condizione terrestre è la gioia del tempo di costruzione. La celebrazione eucaristica è il momento privilegiato in cui la comunità locale attinge alla sorgente della vera gioia.
L'attenzione piena di fede della Chiesa oggi si focalizza sul Natale ormai vicino: è un gioioso evento di salvezza da celebrare con rinnovata esultanza (colletta). Perciò il testo di Paolo ai filippesi (4, 4-5) invita con insistenza l'assemblea a gioire perché il Signore è vicino. Venga pertanto superata la sfiducia e si abbia coraggio, il nostro Dio viene a salvarci:
Antifona alla Comunione Is 35,4
Dite agli sfiduciati: «Coraggio non abbiate timore:
ecco, il nostro Dio viene a salvarci».
La gioia cristiana è dono di Dio, ma è un dono che passa attraverso il cuore dell'uomo: è una gioia divino-umana. Noi dovremmo darle continuamente un volto attraverso mille segni di attenzione e di servizio d'amore all'uomo. È l'unico modo di rendere credibile il fatto che la gioia vera scaturisce non dall'amore egoisticamente captativo, ma dall'amore vero, quello che ci ha portato Cristo con la sua venuta e il dono del suo Spirito. È l'amore che ci pone nel dinamismo dell'offerta della vita per i fratelli, come Gesù stesso ha fatto.
Antifona d’Ingresso Fil 4,4.5
Rallegratevi sempre nel Signore:
ve lo ripeto, rallegratevi,
il Signore è vicino.
È questa la Domenica detta tradizionalmente Gaudete, Gioite!, caratteristica anche per i paramenti sacerdotali «rosacei». L’Antifona d’ingresso che abbiamo letto è tratta dal capitolo finale dell’epistola ai Filippesi (4,4.5b).
Con il vocabolario della «gioia»che proviene dalla Resurrezione e dal conseguente Dono dello Spirito (cfr. ad es. Mt 28,8. la gioia grande delle donne fedeli recatesi al sepolcro; Gal 5,22-23: «il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace...»), Paolo esorta tutti i suoi fedeli a gioire nel «Kyrios», il Signore Risorto, in modo perenne e permanente. Non solo, ma lo ripete ancora, aggiungendovi il motivo: «gioite, il Signore è vicino», ossia «sta qui», è imminente per i suoi che lo attendono. Il testo come tale è indirizzato ovviamente al Natale prossimo; tuttavia, come si è detto, ha anche e soprattutto il senso escatologico indipendente da qualunque festività.
Il sacerdote esprime la gioia, oltre che nei paramenti, anche nella preghiera di I colletta:
Guarda, o Padre, il tuo popolo,
che attende con fede il Natale del Signore,
e fa che giunga a celebrare con rinnovata esultanza
il grande mistero della salvezza.
Così ben introdotti dalla liturgia è facilmente riconoscibile il tema che collega tra di loro le letture: «la venuta del Salvatore». Tale venuta, sottintesa nell’annunzio della fine dell’esilio (la lett), chiaramente espressa nell’Evangelo e ribadita dall’apostolo Giacomo (2a lett.), è caratterizzata dalla gioia.
Gioia che può essere però sperimentata soltanto dagli umili, disponibili alla salvezza di Dio; i superbi e i potenti del mondo non possono invece godere di questo bene messianico perché non sanno condividere l’amore di Dio che si dona. Il mondo facilmente conosce il piacere, non conosce la gioia; quella gioia vera che scaturisce soltanto dal rinnegamento dei nostri egoismi. La gioia cristiana è dono di Dio, ma è un dono che passa attraverso il cuore dell’uomo, un cuore che sa accogliere l’amore di Dio.
Canto all’Evangelo Is 61,1
Alleluia, alleluia.
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio.
Alleluia.
Questo celebre testo del Terzo Isaia (Is 56-66) usato nella Messa crismale e citato anche in Lc 4,18-19 (alla Domenica III per l’Anno, Ciclo C) preannuncia che lo Spirito del Signore riposerà sul Re messianico e lo "caratterizzerà" con l’unzione consacratoria per la sua divina missione, la redenzione universale che consiste anzitutto nell’annuncio dell’Evangelo della Grazia ai poveri, che da Dio ne hanno diritto, poiché «di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5,3). Perciò il Re messianico che viene con lo Spirito Santo è il Regno di Dio tra gli uomini (Mt 12,28; Lc 11,20). Un Regno che porta con sè come conseguenza per gli uomini il Giubileo biblico dello Spirito Santo, cioè la totale remissione dei peccati (Gv 20,19-23). Occorre anche qui ricordare che il duplice Alleluia, iniziale e finale, forma un’inclusione letteraria; cioè un imperativo innico perenne che saluta e acclama il Dono dello Spirito Santo del Padre sul Figlio, la massima opera dell’Economia divina.

Ia lettura: Is 35,1-10
Il deserto e la steppa fioriranno, promette Isaia in questo passo splendido di luce e di speranza. Questo inatteso e incredibile annuncio è rivolto a un popolo abbattuto e sfiduciato per la lunga e dolorosa prigionia che ha spento nel suo cuore la speranza e la gioia. Eppure a questi dubbiosi e smarriti, a questi uomini oppressi dalla sofferenza e dal timore, il profeta rivolge la sua parola per richiamarli fortemente alla vita e alla speranza con una audace promessa: «Ecco il vostro Dio:... viene egli stesso e vi salverà» (v. 4). Allora ogni male sparirà e questo popolo di schiavi, salvati dal Signore, torneranno a Sion cantando: la loro gioia sarà indistruttibile perché il dolore sarà cancellato per sempre.
Questo breve capitolo descrive in forme smaglianti la Venuta del Signore, che visita, trasforma e salva il popolo suo. Il momento è drammatico e teso. Si era avuta già una minaccia della strapotente Assiria, che nel sec. 8° a. C. aveva raggiunto uno dei culmini della sua egemonia in tutto l'Oriente (Is 30,27-33). Ma dal Profeta era stata anche preannunciata la sua rovina, come puntualmente avvenne nel secolo dopo. Il Signore aveva ammonito il suo popolo a non contrarre alleanze umane, come quella con l'Egitto, che a nulla valgono (31,1-3), poiché l'unico aiuto sta in Lui se accolto con fiducia, nonostante tutto (31,4-9). Egli porterà soccorso mediante un Re giusto (31,1-33,1), per cui lo Spirito del Signore sarà effuso sul popolo (32,15). Ora il Signore stesso si pone come invincibile Baluardo in favore di Gerusalemme (33,7-24), e la libererà anche dall'insidia dei nemici vicini, il temibile Edom (34,1-17). Per operare tutto questo, Egli viene di persona (cap. 35). Gli effetti della sua venuta saranno poi visibili nei cap. 36-37, il re assiro Sennacherib nulla potrà contro Gerusalemme, ma dovrà ritirarsi con una disfatta terribile e misteriosa, e cadrà anche assassinato dai figli.
Ecco l’inquadramento del cap. 35, tutto in simboli e poesia. Il Signore opera sulla sua creatura, docile al suo comando, e la trasforma. Già produsse spine e triboli per colpa dell'uomo (Gen 3,17-19), adesso essa tornerà a essere quello a cui il Disegno iniziale l'aveva destinata, un paradiso lussureggiante. Perciò il Profeta chiama a testimoni deserto, terra arida e steppa, e anzitutto a gioire (già in 32,15, per lo Spirito del Signore; poi 55,12-13), poi a fiorire come i narcisi, che sbocciano in primavera (v. 1). Infatti il triste inverno è terminato, si apre il tempo nuovo della salvezza, come altri Profeti avevano annunciato (Os 14,6; circa coevo d'Isaia). La creazione è di nuovo invitata a gioire e a cantare la lode al Signore, per due motivi in crescendo, per avere adesso ottenuto lo splendore del favoloso Libano, con la sua vegetazione gigantesca, e la fertilità del Carmelo e dello Sharon, terre rinomate per le culture; queste immagini sono comuni nell'A. T. (la gloria del Libano, Is 60,13; Ct 5,15; Sal 91,13; la bellezza del Carmelo, Ct 7,5; la fertilità dello Sharon, Is 33,9). Il secondo motivo è che tutta la creazione vedrà la teofania splendente, la Gloria del Signore (40,5), che viene con tutta la sua immane potenza (v. 2).
Però questa creazione trasfigurata è solo un mezzo, destinato al popolo di Dio, adesso tremante per la minaccia nemica. Le mani dei soldati sono esortate a diventare forti per la visione nuova e le loro ginocchia malferme a diventare salde (v. 3). Questi guerrieri, un nucleo sparuto di fronte all'armata assira, a loro volta i rincuoreranno il loro popolo, dovranno annunciare: «Ecco il Dio vostro! Egli porta vendetta contro i nemici e ricompensa per i suoi fedeli. Viene e salva!» Perciò l'esortazione: «Coraggio, non temete!» (v. 4). Il Signore stesso in realtà renderà forti le mani deboli (Giob 4,3-4; Eccl 25,32; Sal 3,16; anche Ebr 12,12), Egli stesso parla al debole, annunciando la giusta vendetta contro l'iniquo (Sal 93,1; Is 40,10-11). Come Egli stesso viene per salvare.
La visione della Venuta gloriosa, con la trasformazione dei deboli, produrrà nel popolo una serie di conseguenze, che stanno in nesso con la trasformazione della creazione. Il Signore apre gli occhi ai ciechi (29,18; 32,3.4; Ger 31,8) e le orecchie ai sordi (v. 5; vedi l'Evangelo), in realtà, a quanti non volevano vedere e non volevano ascoltare. Renderà anche abili e agili come cervi gli zoppi, ossia quanti non volevano procedere sulle sue vie, e farà cantare la lode al muto, ossia colui che si era chiuso al suo Signore e ai fratelli. Questo avverrà alla sola visione offerta dal Signore, delle acque feconde che ormai saranno abbondanti nel deserto e dove regnava la sterilità della terra (v. 6). Saranno tante le acque, che si formeranno vegetazioni palustri fitte e fonde, dove prima vagavano affamati e sitibondi i repugnanti sciacalli del deserto (v. 7). È così ampliata la visione del v. I (anche 41,18; 43,19; 44,3-4; Ger 31,9).
I vv. 8-9 (fuori della pericope) descrivono la «via sacra» che il Signore costruirà in questo Eden nuovo. Essa non sarà transitata che dai purificati e sapienti (v. 8), e da nessuna delle belve feroci che prima popolavano quel deserto. Sarà il percorso sacro solo dei redenti (v. 9). Questi fortunati liberati dal Signore adesso tornano a Sion (51,11; 62.12). e nella loro processione santa canteranno la lode al Signore (48,20; 55,12; Sal 125,6). I loro volti saranno illuminati dalla gioia divina indistruttibile, etema (65,19; 25,8). Su essi da parte del Signore si poseranno la gioia e l'esultanza (51,3; 60,20), e tra loro non esisteranno più dolore né gemito (v. 10; Ap 7,17, con l'Agnello; e 21,4, nella Gerusalemme celeste). Le opere del Signore Gesù mostrate ai discepoli di Giovanni sono così la manifestazione finale e grandiosa che la Profezia ormai si è adempiuta in Lui.

Il Salmo responsoriale: 145,7.8-9a.9bc-10,1
Il Versetto responsorio qui è Is 35,4 adattato: «Vieni, Signore, a salvarci». Il ritornello ripete in forma litanica l'epiclesi per la Venuta del Signore che apporta la sua salvezza. Il gruppo dei Sal 144-150, detti anche «Hallel mattutino», ossia Alleluia mattutino, formano una mirabile chiusura dossologica del Salterio. Come abbiamo visto il Sal 144 contiene tutti i temi, che i Sal 145-149 sviluppano, mentre il Sal 150 si pone come dossologia finale del gruppo, e quindi anche dell'intero Salterio. L'Orante esordisce qui con l'imperativo innico perenne, Alleluia! che significa «Lodate il Signore!» (v. la). I vv. 2-6 sono l'invito continuato a lodare il Signore, e a non confidare negli uomini, anche potenti, ma solo in Lui, il Creatore e Provvidente universale. Di questo sono dati i motivi ovvi, che sono le opere della divina Regalità. Infatti il Signore che mantiene la sua santa Fedeltà in eterno (v. 7a; 99,5; 116,1), lo dimostra anzitutto giudicando, ossia intervenendo con misericordia potente in favore dei perseguitati (v. 7b; 102,6). Poi provvede gli affamati di cibo di vita, anzitutto la sua Parola, quindi il suo Convito nel santuario, infine anche il cibo corporale abbondante (v. 7c; 103,27; 106,9; e nel contesto del «Hallel mattutino», 144,15).
Inoltre, libera dai ceppi i prigionieri (v. 7d; 61,1, con lo Spirito divino sul Re messianico). Più ancora, il Signore si cura di tutti i sofferenti. E così dà la luce della vista ai ciechi (v. 8a; Is 29,18; 35,5, Lettura odierna dell’A. T.; Mt 9,30; 11, 5, Evangelo di oggi). E fa sì che chi era oppresso fino a terra dal dolore, ora possa procedere eretto (v. 8b; 144,14; 146,6; Lc 13,10-17). Egli ama i giusti, ossia chi si è fatto fare giusto da Lui (v. 8c; 10,8). Custodisce come supremo Protettore i pellegrini, gli stranieri (v. 9a; regola primordiale, Es 22,21.22; Dt 10,18-19; Mt 25,35, Cristo si identifica con essi!), accetta come suoi, come proprietà preziosa l'orfano e la vedova (v. 9b) quale Padre degli orfani e Giudice delle vedove (Sal 67,6), e disperde del tutto le vie, ossia i comportamenti e l'esistenza malvagia dei peccatori (v. 9c; 1,4-6; 146,6).
Con tutto questo, che è solo un'esemplificazione delle opere regali salvifiche, il Signore che «regna in eterno» si manifesta come il Sovrano senza impedimento e senza tramonto (v. 10a; 92,1; 98,1). Ma che è «il Signore», ha voluto essere anche «il Re di Sion», il Sovrano della Città santa, la Sposa (Sal 86), «di generazione in generazione», ossia in eterno (v. 10b).
In Mt 11,2-11 si vede tutto questo nel suo realizzarsi. Il brano evangelico tratto dalla sezione narrativa del terzo libro (11,2-13,52) di Matteo, fa parte di una raccolta (cc. 11-12) di brani vari che, pur senza uno stretto legame logico e cronologico fra loro, ci danno un quadro della diversa reazione provocata nell’ambiente dall’opera di Gesù:
1. sorpresa e impazienza in Giovanni Battista (11,2-15);
2. crescente ostilità nei rappresentanti del giudaismo ufficiale manifestatasi nell’incredulità delle città della Galilea (11,20-24), nelle dispute sulla legge del riposo sabbatico (12,1-14), nella grave accusa di «demonismo» nell’opera salvifica di Gesù (12,22-30);
3. di docile accettazione da parte degli umili e dei semplici (11,25-30).
In questa nuova situazione, dominata in modo preponderante dalla diffidenza e dall’ostilità, la predicazione di Gesù è costretta a farsi misteriosa e Gesù per non togliere del tutto la luce dei suoi insegnamenti al popolo d’Israele, propone sotto il velo del genere parabolico i vari aspetti della misteriosa realtà del Regno (c. 13). Siamo in una zona intermedia, una «via di mezzo» tra la proclamazione del messaggio evangelico chiara ed aperta, della prima parte del ministero galilaico (cfr. cc. 5-7), e quella che sarà riservata ai soli discepoli dei «discorsi» successivi (cfr. cc. 18 e 24-25).
Nella pericope evangelica possiamo distinguere due parti:
1. la domanda di Giovanni Battista (vv. 2-6)
2. la testimonianza che gli rende Gesù (vv. 7-11).
Da notare come la corrispondenza tra Matteo e Luca (7,18-28), fatta eccezione per le omissioni di Matteo (oppure aggiunte di Luca; vedi v. 4), sia particolarmente stretta.
Recuperiamo anche la continuità delle Domeniche d’Avvento interrotta dalla solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, se la II narra di Giovanni il Battista, che preannuncia ed elogia Colui che viene per la sua divina missione imminente, la III narra che Colui che viene con i segni potenti dello Spirito Santo tesse l’elogio di Giovanni il Battista.
Esaminiamo il brano

v. 1 Quando Gesù ebbe terminato: La fine del secondo grande discorso è segnalata dal verbo teleo usato anche per segnare la fine degli altri discorsi (Mt 7,28; 13,53; 19,1; 26,1). Matteo non fa nessun accenno al ritorno degli apostoli dopo che erano stati mandati in missione (cf Mc 6,30). Ma li fa ricomparire a fianco di Gesù in Mt 12,1-8. La mancanza di una conclusione dà l’impressione che il discorso missionario ha un valore permanente. Il recupero del v. 1 ci ricorda che tutta questa sezione narrativa resta allora come idealmente racchiusa da questo invio in missione; scopriremo anche quale accoglienza gli verrà rivolta.
vv. 2-3 L’esordio è curioso, a riflettere bene. Giovanni in prigione sente delle opere di Gesù, che egli stesso aveva preannunziato (3,11-12), così invia in missione esplorativa i discepoli da Gesù. È difficile spiegare le ragioni per cui Giovanni pose l’interrogativo; le relazioni tra Giovanni e i suoi discepoli e Gesù e i suoi discepoli sono alquanto incerte nelle tradizioni. Non ci sono motivi sufficienti per pensare che l’interrogativo di Giovanni non fosse sincero o che egli avesse inviato i suoi discepoli per stimolare una chiara confessione di Messianicità a loro favore o a favore di un pubblico più vasto (cfr. esegesi patristica: S. Agostino, S. Ilario, S. Giovanni Crisostomo, che interpretano la domanda del Battista come un espediente per indurre i suoi discepoli ad abbracciare la fede in Cristo).
Basandoci sulle scarse informazioni che abbiamo sul suo conto, possiamo congetturare che la forte accentuazione sul giudizio escatologico nella predicazione di Giovanni (cfr. II Dom. di Avvento A), non apparisse nella predicazione di Gesù e che ciò lasciasse Giovanni un po’ perplesso.
«colui che deve venire» in gr. erchómenos. Per se stessa non è una designazione Messianica, ma il significato dell’espressione è evidente, è come nelle parole del Battista (Mt 3,11) ed alcuni testi biblici (cfr. Gen 49,10; Sal 118,26; Zc 9,9; MI 3,1; Eb 10,27). Dato che lo stesso Giovani Battista aveva presentato Gesù come “colui che viene” (cfr. Gv 1,29-30.34) queste parole risultano paradossali.
«o dobbiamo aspettarne un altro»: l’ideale messianico di Giovanni, espresso nella sua predicazione, era caratterizzato dall’attesa di colui che sarebbe venuto ad abbattere gli alberi sterili, a purificare l’aia, a battezzare con il fuoco. In una parola egli attendeva il Messia nelle vesti dell’inflessibile giudice finale. Ora nello squallore della prigione (la notizia dell’imprigionamento di Giovanni è stata riferita da Mt in 4,12, al primissimo inizio del ministero di Gesù, più avanti narrerà come ci sia andato e della sua morte, Mt 14,3-12) deve costatare che l’opera di Gesù non realizza l’idea che egli ha del Messia. Il tono dimesso, l’eccessiva precauzione nel manifestarsi al popolo, la tattica del «segreto messianico», sono altrettanti colpi inferti all’attesa ansiosa di Giovanni. Inoltre, la freddezza, anzi la sorda o aperta ostilità con cui viene accettato il suo messaggio, denuncia chiaramente l’insuccesso, in stridente contrasto con le accoglienze entusiastiche che il popolo avrebbe certamente riservato alla comparsa del suo Salvatore. La crisi del Battista era originata dal fatto che egli non faceva distinzione fra la prima venuta, nel dolore, del Messia e la seconda, nella gloria, alla fine del mondo; è la stessa fusione, in un’unica prospettiva, propria dell’AT.
Tutte le ipotesi portano comunque a considerare la domanda come la richiesta precisa di una testimonianza; il plurale «i discepoli», è a causa della testimonianza, che è valida secondo la Legge (Dt 19,15-17) solo se portata da almeno due o tre testimoni auricolari e visuali (cfr. Lc 7,18).
«era in prigione»: Giovanni Battista era prigioniero nella fortezza di Macheronte (cfr. Atlante della Bibbia pg. 212-213), posta su un dirupo sulla sponda orientale del Mar Morto, ai confini meridionali della Perea. La fortezza era quasi inespugnabile dato che si trovava a mt 1.120 di altezza circa. Durante la prima rivolta giudaica (63-73 d.C.) anche Macheronte, come Masada, divenne una roccaforte dei ribelli, ma i romani la conquistarono.
v. 4 «Gesù rispose»: alla domanda precisa di Giovanni, Gesù non dà una risposta altrettanto precisa, diretta: sì, sono io, ma obliqua e molto più efficace; fa parlare i fatti.
Del resto già nel versetto introduttorio Matteo parla di opere di Cristo venute a conoscenza del Battista, mentre Luca ha un generico tutte queste cose.
È un anticipo dato da Matteo ai suoi lettori del senso della risposta di Gesù che si appella alla sua attività: si tratta di gesti Messianici. Con i due verbi al presente «Andati, annunciate» (in gr. poreuthéntes apangeílate) i discepoli di Giovanni, e indirettamente ma egualmente i discepoli del Signore, sono costituiti da questa formula solenne come «testimoni» auricolari e visuali, dunque attendibili, in numero sufficiente da soddisfare anche la Legge (cfr. Dt 19,15-17). Matteo ha omesso (oppure Luca ha aggiunto) una lista di miracoli operati alla presenza dei discepoli di Giovanni, che danno più vivacità alle citazioni con cui Gesù risponde alle domande.
«riferite»: è l’imperativo aoristo positivo che ordina di dare inizio a un’azione nuova.
«udite e vedete»: in gr. akoúete kaì blépete; sono al presente, il tempo della realtà che descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
v. 5 Gesù proferisce una serie di coppie di prodigi da lui operati ieri ed oggi, con i verbi sempre al presente (cfr. quanto detto precedentemente al v. 4) e che nella versione aramaica suonano quasi in rima. Poche volte nella scrittura viene un testo così denso di citazioni bibliche: «i ciechi, gli zoppi, i sordi» è annunciato dai profeti: Is 29,18; 32,3-4; 35, 5-6 (I lett.).
Egli stesso, il Messia di Dio con lo Spirito, li guarisce sempre (Mt 15,30-31); rivelandosi come il Servo che «assunse le nostre infermità e si caricò dei nostri mali» (Mt 8,16-17, che cita Is 53,4). I discepoli (mandati da Cristo, Mt 10,8) proseguiranno queste opere di grazia dopo la Resurrezione (At 3,2.8).
«i lebbrosi sono purificati»: non è oggetto di preciso annuncio profetico, ma è precisa iniziativa del Signore, Mt 8,2-4; cfr. Lc 17,11-14.
«i morti sono risvegliati»: è annunciato dai profeti: Is 26,19; è opera principale del Servo lungo la Vita storica (Mt 9,18-19.23-26, la figlia di Giairo, capo della sinagoga; Lc 7,11-17, il figlio della vedova di Nain; Gv 11,1-46, Lazzaro; Mt 27,51-53, sulla croce); è anche opera dei discepoli dopo la Resurrezione (At 9,36-43, Pietro; 20,7-12, Paolo).
«i poveri sono evangelizzati»: è annunciato dai profeti: Is 61,1; è opera apostolica perenne della Chiesa. La risposta ha carattere affermativo: è lui il Messia: lo è perché compie i gesti tipici del tempo messianico: non si deve aspettare nessun altro.
v. 6 «beato...»: la beatitudine che suggella la risposta ai discepoli supera il caso del Battista e ha valore generale; non solo Giovanni ma anche l’opinione pubblica si aspettava un Messia trionfante. Gli stessi discepoli non erano immuni dal contagio di un’attesa Messianica trionfalistica (Mt 16,22-23, Pietro; Mc 10,35-37, Giacomo e Giovanni). L’aspetto dimesso dell’opera di Gesù e l’azione, per dir così, frenante della sua predicazione costituivano, per il popolo che si attendeva un Messianismo d’altro genere, un serio ostacolo a credere in Gesù.
«motivo di scandalo»: Il termine scandalo (da cui anche il verbo scandalizzare), traduzione del greco skàndalon. dà adito spesso a delle confusioni: non è un cattivo esempio né un fatto ripugnante, bensì una insidia che viene posta sul cammino di qualcuno e che fa cadere. L’uso di entrambi, nome e verbo, nel N.T. è esclusivamente metaforico per designare qualcosa che rende la fede diffìcile (cfr. Mt 18,6-9). Qui il verbo esprime il tema dei capitoli seguenti nei quali alcuni (farisei e gli stessi familiari di Gesù cf Mc 3,21) in effetti trovano in lui motivo di scandalo (cap. 12) e Gesù spiega per mezzo di parabole l’alterna accoglienza che gli è riservata (cap. 13). Forse il detto suggerisce anche che Gesù si rendeva conto che perfino Giovanni avesse qualche perplessità nei suoi confronti o meglio nel suo modo di agire.
vv. 7-10 - «si mise a parlare di Giovanni»: in questa seconda parte, legata alla precedente non solo per l’argomento ma forse anche per la successione cronologica, viene delineata la figura morale del Precursore e la sua missione che è quella di portare a conclusione la fase preparatoria del A.T. aprendo così ai tempi nuovi. Figura e missione che ricordano e «reincarnano» quelle di Elia, il campione dell’antico profetismo (v. 14).
«Che cosa...»: La testimonianza di Gesù si articola in tre domande rivolte agli ascoltatori con l’intento di farli riflettere; di esse le prime due contengono implicitamente una negazione, mentre la risposta affermativa della terza viene nettamente superata. In un meraviglioso crescendo di «parole e fatti» la figura del Battista si delinea con limpida chiarezza: è il compendio di tutta la divina Profezia dell’AT.
È l’anticipo di tutta la divina Profezia del N.T.
L’uomo incontrato dalla gente nel deserto non era certo una canna mossa dal vento, ma un inflessibile difensore della giustizia contro i prepotenti; non era immerso nel lusso, il cui segno esteriore era dato dalle sontuose vesti, come accadeva nei palazzi (allusione ad Erode, ricco e festaiolo, Mt 16,19, che lo ucciderà); è più che un profeta (il popolo ed anche Erode lo considerava tale, 14,5). È il precursore del Messia, perché oltre ad annunciare egli entra come parte integrante del piano della salvezza Messianica.
Alcuni commentatori notano che il simbolo della canna appariva anche sulle monete coniate sotto Erode Antipa in occasione della fondazione di Tiberiade attorno al 19 d.C. L’immagine della canna sbattuta potrebbe alludere dunque allo stesso Erode Antipa.
v. 10 «sta scritto»: la conferma viene dalle parole del Signore, «Dio ha fatto scrivere di lui»; il testo citato è MI 3,1 combinato con Es 23,20.
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero»: A questo punto Matteo usa la citazione che si trova in Mc 1,2 e che aveva omesso in Mt 3,3, probabilmente perché non era presa dal libro di Isaia. La citazione è una combinazione di MI 3,1 e Es 23,20. Qui, chi parla è Dio, il «te» è Gesù e il messaggero è Giovanni. L’espressione «dinanzi a te» è un’aggiunta che serve a chiarire i rapporti. La citazione evoca Ml 4,5 (3,23 nel testo ebraico): «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore». Questa citazione unitamente allo stile di vita di Giovanni (vedi 3,4; 11,8) prepara il campo per l’esplicita equazione di Giovanni con Elia in Matteo 11,14.
v. 11 L’ultima parte della testimonianza-elogio del Battista è un testo diffìcile, che sembra affermare per poi negare la grandezza ineguagliata di Giovanni.
Alcuni critici hanno pensato alla polemica della Chiesa primitiva contro i discepoli del Battista, che formavano un pericolo per il proselitismo cristiano. Tutto ciò può essersi verificato ma non è provato da nessuna fonte del tempo.
«In verità vi dico...»: in gr. amen, traslitterazione dell’ebraico amen = certamente, veramente. Nell’uso del Giudaismo e della Chiesa si riferisce a ciò che precede (è posto alla fine di un discorso o di una preghiera); nelle parole di Gesù si riferisce sempre a quanto segue (è posto al principio), conferendo solennità alla formula. Quindi con essa Gesù è come se affermasse: «Io vi dico», al contrario dei profeti che usavano le parole «Dice il Signore». Il suo insegnamento è impartito non solo con solennità ma autorità e autonomia. Mc lo usa 12 volte; Mt 30; Lc 5; Gv 25 ma nella formula raddoppiata: «Amen, Amen».
La formula del Signore è talmente solenne che deve suonare come un elogio doppio; è una dichiarazione netta, sincera, è un grido d’amore e di gratitudine.
Il detto di Gesù suppone che Giovanni appartiene a un diverso periodo della storia della salvezza (per una dichiarazione analoga vedi Lc 16,16). Giovanni può essere stato il più grande personaggio del passato, ma dal punto di vista di Gesù egli apparteneva ad un’altra epoca (quella della legge. cfr letture patristiche).
«il più piccolo»: La contrapposizione con il più piccolo può diminuire il Battista solo se il primo pensiero, che non è quello giusto, si dirige a qualche innominato «piccolo». Ma certamente no, se il pensiero giusto centra l’obiettivo: chi è «il più piccolo» nel Regno? Chi del Regno si è «fatto il più piccolo», «assumendo la forma di schiavo» e volendo servire tutti «fino alla morte di Croce» (Fil 2,6-11)?
È il figlio di Dio, «nato dalla Donna» (Gal 4,4). E quanti, proprio come Giovanni, si lasceranno assimilare a lui nella «piccolezza del Regno», che è umiltà e rinuncia. Questi sono «i più grandi», poiché il loro Modello divino è «il Più Grande».
Il Signore stesso darà le necessarie spiegazioni: chi osserva la santa Legge di Dio, è grande nel Regno (Mt 5,19); chi si lascia fare come un bambino, è «il più grande nel Regno dei cieli» (Mt 18,4). Il centro è lui. Tutto deriva dal Padre mediante lui, che dona lo Spirito. Tutto torna al Padre mediante lui, con il dono dello Spirito.

II Colletta:
Sostieni, o Padre,
con la forza del tuo amore
il nostro cammino incontro a colui che viene
e fa' che, perseverando nella pazienza,
maturiamo in noi il frutto della fede
e accogliamo con rendimento di grazie
l’Evangelo della gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...





Lunedì 9 dicembre 2019
Abbazia Santa Maria di Pulsano

Fonte:http://www.abbaziadipulsano.org/

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