ARCHIVIO PER RICERCHE N. OMELIE 16200

Mostra di più

AUTORI ED ETICHETTE

Mostra di più

fr. Massimo Rossi, Commento III Domenica di Avvento (Anno A) - Gaudete

Immagine

Commento su Matteo 11,2-11
fr. Massimo Rossi 
III Domenica di Avvento (Anno A) - Gaudete (15/12/2019)


 Visualizza Mt 11,2-11
Più che la domenica della gioia - domenica gaudete - dovremmo chiamarla domenica della pazienza, della perseveranza, del coraggio,... “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa...”: possiamo anche rallegrarci, anzi, dobbiamo! Resta il fatto che la nostra è una terra arida, un deserto, una steppa... “Metaforice dicitur”, è una metafora, un modo di dire; forse oggi non è la metafora migliore, vista la situazione meteorologica e l'inquinamento atmosferico che sta sciogliendo i ghiacci... Si prevede un innalzamento delle temperature e dei mari, con esondazioni e allagamenti sempre più frequenti, violenti e mortali... Cronaca di una catastrofe annunciata! Ciò che sta accadendo a Venezia ne è la prova...

Ma veniamo alle letture di questa terza domenica; cominciamo dalla seconda, tratta dalla lettera di san Giacomo: l'apostolo porta l'esempio dell'agricoltore. Anche Giacomo cita le piogge: la versione precedente di questa Scrittura precisava le piogge d'autunno e le piogge di primavera.

La psicologia del contadino è improntata alla pazienza: il contadino fa il suo lavoro, ma sa che molto del frutto del lavoro, non dipende da lui, ma da altre variabili: le condizioni della terra, le manifestazioni atmosferiche - non solo la pioggia, ma anche il sole, il vento, il clima, la temperatura,... - e, “last but not least”, lo scorrere del tempo.

La professione dell'agricoltore, è fondata sostanzialmente sul rispetto degli agenti che influiscono in modo radicale e decisivo sul raccolto. Dovremmo imparare dall'umiltà del contadino, a diventare più umili, nella consapevolezza che al centro non ci siamo noi, ma qualcun altro, qualcos'altro...

L'agricoltore è, a modo suo, un maieuta: il maieuta, il bravo maestro, il saggio istitutore, è colui che collabora - collabora soltanto! - a trar fuori il meglio dal discepolo; Socrate è il modello del maestro, appunto, del maieuta. Paradossalmente i dati che l'insegnante trasmette all'allievo, sono inferiori a quanto può esprimere quest'ultimo, con l'aiuto del primo. Parimenti, un seme gettato in terra dal contadino produce una spiga intera, che ne contiene tanti!

Ancora, l'agricoltore sa che i tempi del raccolto, non li decide lui, ma il corso delle stagioni, più in generale, il ciclo naturale della vita. E non è impaziente, il contadino, non protesta, non si lamenta, non giudica...

Il secondo modello invocato da san Giacomo è quello del profeta: la storia sacra ci insegna che i profeti non sono mai stati accolti favorevolmente dal popolo, tantomeno dai capi del popolo, dai sacerdoti, dai re. Immaginate la frustrazione di un profeta, obbediente a Dio che lo inviava ad annunciare la Sua parola, ma costantemente osteggiato da coloro che gli avrebbero dovuto obbedire. Un famoso teologo protestante che visse a cavallo tra l'800 e il 900, Karl Barth, anche lui prendeva a modello della fede cristiana, la situazione del profeta, condannato a non capire fino in fondo la Parola di Dio, proprio perché è di Dio e non sua, ma al tempo stesso condannato a non essere capito dagli uomini, per lo stesso motivo, perché annunciava parole di Dio e non parole umane...

Giovanni il precursore rappresenta al meglio la categoria dei profeti; non solo perché può essere considerato l'ultimo dei profeti dell'AT; ma perché ebbe la grazia di vedere con i suoi occhi e di ascoltare con i suoi orecchi Colui del quale aveva annunciato l'Avvento.

Ebbene, proprio lui, Giovanni - scrive l'evangelista Matteo - alla luce di ciò che Gesù faceva e insegnava, cominciò a dubitare che costui non fosse il Messia annunciato...

I dubbi che si affollavano nella mente del Battista, darebbero ragione a Karl Barth...

Neppure l'aver conosciuto personalmente Gesù - lo aveva battezzato sulle rive del Giordano! - lo convinceva che fosse lui il Figlio di Dio, mandato a prendere su di sé il peccato del mondo.

L'identità del profeta non assicura la capacità di riconoscere la Verità incarnata nella storia: sembra un controsenso, è vero, ma, se leggete attentamente il Vangelo, lo capite da voi stessi: Giovanni, manda alcuni discepoli a chiedere a Gesù se è lui il Messia; Gesù risponde loro citando, né più, né meno, i fatti che Isaia profeta aveva annunciato e che si stavano puntualmente verificando per il ministero di Gesù. In altre parole, un profeta della statura di Giovanni non riconosce i segni che un'altra profezia, quella di Isaia, uno dei più autorevoli, se non addirittura il più autorevole dei profeti...

Strano? No, non è strano! è umano! Viviamo un po' tutti a due velocità, o, meglio - peggio? - una sorta di schizofrenia: pensiamo in un modo, ma poi viviamo e agiamo in un altro. Un profeta annuncia, un profeta stigmatizza la morale corrente, giudica il modo comune di comportarsi,... e non si accorge che lui stesso partecipa di questo diffuso e sbagliato costume... Sicché il profeta è il primo destinatario della profezia, il primo a doversi convertire; perché anche lui, il profeta, inciampa nella propria natura, una natura già fragile di suo, ma ancor più cagionevole per volontà propria, per malizia, per orgoglio, e per tanti altri motivi umani-solo-umani.

Questo è il senso della dichiarazione di Gesù che conclude il Vangelo di oggi, anche questa abbastanza singolare: è vero, “tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.”. Un modo, ripeto, singolare, che rasenta l'assurdo, per insegnarci che il mistero del Natale, il valore dell'Incarnazione è stato, sì, annunciato dalle profezie, ma rimane un salto, una novità sorprendente, qualcosa di non del tutto deducibile, alla luce di queste. Più in generale, tra l'Antico e il Nuovo Testamento non c'è perfetta continuità, bensì una sporgenza, un'eccedenza del secondo rispetto al primo. E in questa sporgenza, in questa eccedenza, brucia, senza consumarsi - come il roveto ardente sull'Oreb - la distanza che tutti separa dal Dio di Gesù Cristo, dallo stesso Gesù Cristo.

Non abbiamo che il Vangelo e i sacramenti, per entrare in comunione con Lui.

Alla scuola del Vangelo, alla mensa del corpo e sangue del Signore, noi “impariamo” a riconoscerlo, non solo in questi segni fragili, ma unici e insostituibili, ma impariamo a riconoscere il Suo Volto incarnato in coloro che Lui è venuto a liberare; poveri, storpi, ciechi, carcerati, peccatori,... tra i quali, nostro malgrado, ci siamo anche noi.

Fonte:https://www.qumran2.net/

Commenti

Ultimi post

In classifica

Post più popolari