ARCHIVIO PER RICERCHE N. OMELIE 16200

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JEAN VANIER MEDITAZIONE III DOMENICA DI AVVENTO

III DOMENICA DI AVVENTO
MEDITAZIONE

Il povero, cammino d’unità Io vivo con un popolo che non ha parola: quelli che sono esclusi dagli affari del mondo, che sono rifiutati, considerati come pazzi, e che spesso sono lontani anche dalla “Buona Novella” di Gesù. Sì, io voglio, in certo modo, essere solidale con coloro che nel mondo sono esclusi a causa di un handicap fisico o mentale. Voglio anche unirmi ai loro genitori che soffrono tanto profondamente. E voglio parlare a nome di quelli che non hanno una casa. Alcuni sono nelle prigioni dei nostri Paesi, in celle così piene da scoppiare, condannati a causa della loro attività politica e della loro lotta per la giustizia, della loro fede in Gesù o delle loro azioni contro la legge. Altri sono negli immensi campi per profughi; altri ancora sono immigrati in terre straniere. Voglio parlare a nome di quelli che sono intrappolati nel mondo della droga, gli emarginati, quelli che sono schiavi della prostituzione, quelli che sono soli, i vecchi, quelli che hanno fame, i lebbrosi, gli ammalati, i moribondi. Voglio parlare a nome dei bambini che soffrono e, in modo particolare, di quei bambini che sono rifiutati ancor prima di nascere. Voglio parlare a nome di tutti quelli che si sentono inutili, non voluti, un peso sulle spalle della società, un ostacolo per le persone cosiddette “normali”, i ricchi. I loro cuori sono feriti. Vivono nell’angoscia e nel senso di colpa perché nessuno, nessuno ha mai detto loro che erano preziosi e importanti. Posso parlarvi di Paolo? Ora ha ventidue anni. L’abbiamo visto qualche anno fa in un ospedale, cieco, sordo, col cervello gravemente leso. È stato abbandonato, all’età di quattro anni, dalla sua famiglia che, molto provata, non aveva potuto sopportare la sua malattia. Non aveva mai udito queste parole: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”, parole così indispensabili per la sicurezza, la crescita e la pace di ogni bimbo. Proprio perché non aveva vissuto un profondo rapporto di amore, di comunione, di fiducia con i suoi genitori si era chiuso dietro spesse mura psicologiche, soffocato dai dolori acuti dell’angoscia, della solitudine e della colpa, che sono le grandi sofferenze dell’uomo. Dico “di colpa”, perché molto spesso chi è rifiutato dal mondo pensa che, se è stato rifiutato, è perché non è buono a nulla, è perciò cattivo. Paolo vuole tanto essere amato, eppure ha paura di essere amato. Quando si è stati feriti nel proprio cuore, come lo è stato lui, gli altri diventano pericolosi e si è obbligati a nascondersi dietro a mura di paura e di sospetto. Occorrerà molto tempo perché Paolo abbatta queste barriere, che forse non cadranno mai del tutto. Tutto ciò richiederà molti anni, durante i quali noi saremo chiamati a toccare il suo corpo con rispetto, a lavare il suo corpo con tenerezza, a vestirlo, a giocare con lui e a sollevarlo con gioia, sperando così di fargli scoprire che, proprio lui, è bello e importante. A poco a poco, speriamo che scoprirà che non vi è per lui alcun pericolo nell’uscire fuori dalle mura che si è costruito, che può aprirsi alla fiducia e credere in se stesso, che può vivere, che c’è speranza. Chi è oppresso e abbandonato aspetta, come Paolo, qualcuno che starà con lui, che entrerà in un rapporto di fiducia reciproca con lui, che camminerà con lui, che gli dimostrerà la sua dignità e che è un figlio prezioso del Padre. Chi è abbandonato e inutile è spesso incapace di lottare per la sua liberazione, è troppo stanco, troppo debole, troppo povero, troppo malnutrito, troppo ammalato. Sulla nostra terra, circa 2000 anni fa, la parola eterna del Padre si è scritta nella nostra storia. Il Verbo si è fatto carne, è diventato un Bambino nel grembo di Maria, sposa di Giuseppe. Maria l’ha dato alla luce in una grotta a Betlemme. Egli ha abitato fra noi. Egli ha fatto percepire a noi, uomini e donne di ogni età, la nostra bellezza. I suoi occhi, le sue mani e la sua voce hanno insegnato ai lebbrosi e a Maria di Magdala che erano importanti. Ma noi non l’abbiamo accolto. È venuto fra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto. Noi l’abbiamo respinto, l’abbiamo imprigionato, l’abbiamo torturato, l’abbiamo crocifisso. Eppure, per mezzo del suo corpo spezzato e del sangue che ha versato in sacrificio, egli ha rivelato proprio a noi, uomini e donne di ogni luogo e tempo, che siamo amati, infinitamente amati dal Padre. Noi non siamo un popolo condannato e malvagio, ma un popolo rinato nel perdono e nella speranza tramite lo Spirito di Gesù. E oggi Gesù continua a camminare su questa terra, ma in noi che siamo la sua Chiesa, i suoi discepoli e, anzi, i suoi amici. Siamo noi il suo corpo, il suo Corpo mistico. Egli vuole che siamo le sue mani, i suoi occhi, la sua voce, il suo viso e il suo cuore per far capire ai vari Paolo, come a tutte le persone del mondo e, in particolare, ai più poveri e ai più deboli, che sono preziosi per il Padre e che sono capaci di crescere per portare la vita agli altri. Egli ci manda, con la potenza del suo Spirito, per essere con i poveri, camminare con i poveri, stare sempre con loro, e non solo venire a trovarli di tanto in tanto, per migliorare le loro condizioni di vita, non solo, sebbene ciò sia importante, per impartire loro degli insegnamenti teorici e ideologici, ma per vivere un rapporto autentico con loro, un’alleanza. Egli non vuole che abbiamo paura; egli vuole che abbandoniamo le nostre sicurezze di santità, di potere e di sapere perché possiamo aprire loro le nostre case per andare a vivere nel loro quartiere e per diventare con loro un corpo, una comunità, una comunione, per diventare con loro Chiesa di Gesù Cristo in modo più veritiero. È così che noi cresceremo insieme, in nome di Gesù, nella libertà, a dispetto delle tirannie e dell’oppressione; noi costruiremo insieme delle comunità di riconciliazione, dove ognuno troverà il suo posto, dove gli uomini e le donne potranno cooperare fra loro, nel rispetto e nell’amore delle loro differenze, e dove le famiglie cristiane potranno accrescersi ed espandersi nell’amore. Paolo mi ha insegnato tanto. Mi ha insegnato che il Padre, se si cela nella bellezza della creazione, nello splendore delle liturgie e nella saggezza dei teologi e dei sapienti, si cela anche nel corpo straziato dei lebbrosi, degli ammalati, di quelli che soffrono. Si cela anche nel bambino: ” Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chiunque accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. Chi può credere in questo messaggio, che l’eterno Dio Onnipotente si trova nei piccoli, negli inermi, negli oppressi e nei sofferenti di questo mondo; che vivere con loro significa vivere con la santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo? Come Gesù è l’immagine del Padre, il figlio abbandonato, respinto, è l’immagine di Gesù e, quando noi istituiamo un rapporto di fiducia con lui, entriamo in un rapporto di fiducia con Dio. ” Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… per le sue piaghe noi siamo stati guariti “. Paolo mi ha fatto capire che la cosa più preziosa in me è il mio cuore. La mia testa e le mie mani non hanno valore se non nella misura in cui sono a servizio dell’amore e del rapporto fondato su un’alleanza, che deriva dall’alleanza con Gesù. È vero che la sua debolezza, la sua fragilità, la sua fiducia mi hanno risvegliato, mi hanno chiamato in causa e, oserei dire, mi hanno portato sulla strada della guarigione e dell’unità. Mi invita a passare dall’isolamento del mio orgoglio e delle mie paure alla compassione, alla comprensione, alla tenerezza e alla partecipazione. Ma non è solo questo che mi ha insegnato Paolo: mi ha insegnato qualcos’altro. Mi ha fatto capire che in me ci sono degli spazi di odio, di violenza, di depressione, di paura; ha risvegliato in me alcune profonde ferite di angoscia, di cui ignoravo l’esistenza e che dormivano nel profondo, dietro alle mie barriere di potere, capacità, conoscenza, ipocrisia e desiderio di essere ammirato. Camminando con i poveri, ho toccato con mano la mia povertà. Le loro ferite mi hanno fatto percepire le mie. Mi hanno mostrato la mia paura di seguire davvero Gesù con fede, umiltà e povertà, e quante volte ho voluto fuggire, rifugiarmi nel sapere, nei sogni per il domani, nel potere e nelle sicurezze umane. Sì, i poveri mi urtano. Il grido profetico che alzano per essere compresi, per ottenere un po’ di amicizia e perché si dia loro una possibilità, mi ha rivelato la mia durezza, il mio egoismo, il mio peccato e la mia resistenza ad ogni cambiamento interiore. Mi hanno fatto capire quanto io sia prigioniero delle mie paure e della mia cultura. Eppure, io so che la mia alleanza è con loro; è in loro e con loro che io incontro Gesù Cristo; Gesù nascosto in chi ha fame o sete, in chi non ha casa o vestito, in chi è straniero, ammalato o prigioniero; Gesù la vita del mondo. E io devo imparare a incontrare Gesù, non solo nella povertà di Paolo, ma anche nella mia povertà. Ho bisogno di Gesù, nostro Salvatore, per imparare ad amare. Sì, io so che è vero: Gesù, che ama, è nascosto nelle ferite di Paolo, ma lo è anche nelle mie ferite. Il suo cuore ferito e colpito a morte è nascosto nella piccolezza, nella debolezza, e nelle ferite dell’umanità. Il suo cuore è un’immensa fonte d’amore, nascosto nel cuore della Chiesa, nascosto nel regno di Dio che è presente oggi fra noi, in tutto ciò che appare nel linguaggio del nostro mondo, perduto e disperato. Tutti noi siamo invitati a bere, bere a pieni sorsi al cuore di Cristo; bevendo, noi, cioè la Chiesa, possiamo diventare un rifugio per tutti quelli che, in questa terra, sono isolati ed oppressi. Cristo ha posto chi ha fame e chi soffre fra le braccia della sua Chiesa, affinché possano guarirci, farci scendere dai nostri piedistalli di potere e di ricchezza e guidarci verso la saggezza delle beatitudini. Sì, l’unità alla quale noi tendiamo, l’unità del corpo, non può esserci se noi non diveniamo “uno” con Gesù e “uno” con gli esclusi del mondo. Saranno costoro a guidarci alla Città Santa, quelli che accorrono, saltellando di gioia, alla festa delle nozze, mentre i ricchi hanno rifiutato l’invito. Imparando a lavare loro i piedi, a chiedere loro perdono, imparando a camminare umilmente con loro, scopriremo, proprio mentre ci insegnano a spogliarci delle nostre ricchezze, la ricchezza dell’amore e della verità nascosta nei loro cuori, nascosta a volte dietro la collera, la depressione e la malattia. E noi saremo uniti, non in un desiderio di vendetta o di odio nei confronti dei ricchi e degli oppressori, ma con i cuori pieni di perdono. Sì, la forza dell’amore di Gesù, vissuto nell’unità e nella partecipazione, è più forte della potenza delle armi più terribili. La Chiesa fondata da Gesù, crocifisso e risuscitato, animata dallo Spirito Santo, affidata agli apostoli così come alle donne e a Maria, madre di Gesù, e ai suoi fratelli, come si dice negli Atti, è chiamata, oggi come ieri, ad essere una Chiesa umile e fiduciosa nell’annunciare con audacia la “meravigliosa novella” della pace e della salvezza. Essa è chiamata a essere una Chiesa ospitale, una Chiesa che è povera e cammina accanto al povero; una Chiesa che comprende e che vive il potere della non-violenza (un uomo come il Mahatma Gandhi ha vissuto ciò con grande verità), una non-violenza che non è debolezza, ma forza. È chiamata a essere una Chiesa pronta a entrare nella lotta contro le forze del male e dell’odio, descritte nel libro dell’Apocalisse come la bestia e il drago. Così ciascuno di noi è chiamato a essere il viso e il cuore di Gesù, l’Agnello di Dio, offerto in sacrificio; ciascuno è chiamato a essere pronto a dare la vita per amore, in unione con Gesù crocifisso e risuscitato, in compagnia di tutti quelli che hanno dato la vita prima di noi o che soffrono oggi la crocifissione. E se oggi non possiamo bere tutti insieme allo stesso calice il sangue di Cristo, beviamo insieme allo stesso calice la sofferenza, la sofferenza della divisione, della divisione fra noi come della divisione fra noi e i poveri e i sofferenti. Che possiamo rinnovare, con una umiltà più grande, la nostra totale fede in Gesù, vita del mondo! Gesù, la notte in cui fu tradito, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo”. Spezzò il pane, segno del suo corpo spezzato. Anche noi siamo il suo corpo spezzato. La Chiesa è spezzata: l’umanità è spezzata. Piangiamo e chiediamo perdono a Dio, chiediamo perdono gli uni agli altri, e a tutti gli uomini e le donne della terra, soprattutto ai più poveri e ai più deboli, per avere così spesso sfigurato il messaggio di Gesù. Lasciamo allora che si impossessi oggi del cuore di ciascuno di noi, lo benedica e lo spezzi, spezzando così la nostra durezza e il nostro orgoglio, e lo doni, rinato nell’amore e nell’umiltà, trasformato in sé dallo Spirito Santo, a tutti gli uomini e a tutte le donne e, in particolare, a chi è povero, isolato o perduto. Ma noi, corpo spezzato, cerchiamo di diventare “un” corpo nella Città Santa, dove nessuno è escluso e dove l’ultimo e il più debole hanno il loro proprio posto. È la nostra speranza per la vita e per la redenzione di tutti gli uomini e di tutte le donne. E questo si realizzerà quando diventeremo davvero figli suoi, che con una profonda fede in lui pregano davvero: “Padre nostro”.
JEAN VANIER

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