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Padre Bernardo e il mistero del Natale "Noi, in questo incerto presente"

Padre Bernardo e il mistero del Natale
"Noi, in questo incerto presente"

La riflessione del priore di San Miniato sulla nascita del Dio che è diventato bambino e uomo. Una festa di parole, ma anche di silenzi. La bellezza che a Betlemme diventa Storia, la bellezza, come scrive Julia Kristeva, "è l'invenzione più sorprendente e paradossale del cristianesimo". Ecco il testo
di Bernardo Francesco Gianni, priore di San Miniato al Monte

"'Un uomo sensato oggi vuol forse ancora diventare Dio?, si chiede Hans Küng. Io rispondo: sì. Raramente un'epoca è stata altrettanto determinata a divenirlo... Un cristianesimo che offra all'uomo meno che divenire Dio sarebbe troppo modesto; ha un bel raccomandarsi con la sua affidabilità: sta di fatto che, nella lotta per l'uomo nella quale noi siamo coinvolti, la sua risposta è insufficiente". Nel 1978 così scriveva Joseph Ratzinger e forse queste parole, affermate in modo così perentorio, parrebbero oltremodo estranee al comune, odierno sentire, ben definitivamente tramontati quegli orizzonti ideologici che ancora negli anni '70 del secolo scorso lasciavano desiderare e sognare una promozione complessiva dell'uomo, delle sue relazioni sociali, delle sue tecnologie e delle sue mille potenzialità in un futuro ritenuto se non una utopia finalmente realizzabile, quantomeno un vettore progressivo di traguardi coinvolgenti e appassionanti. Non era certo in quei giorni lontani il linguaggio della spiritualità e della metafisica ad esprimere una siffatta ambizione, ma quello di una divinizzazione tutta laica e secolaristica dell'uomo e della sua storia di cui era forse ancora possibile ravvisare le ultime tracce in quegli anni mossi e tumultuosi.

Molti decenni dopo, nel nostro frangente socio-culturale segnato, come ci avverte la più lucida sociologia, da un tempo senza qualità, senza memoria e senza apertura al futuro perché oppresso da una "dittatura dell'incerto presente" (Marc Augé), ci appare un dilemma irragionevole e senza senso non solo l'ambiziosa domanda con cui si è aperta questa nota, ma addirittura l'interrogarsi se oggi l'uomo voglia ancora diventare uomo. Le diverse membra di quell'unico corpo che è la Chiesa in queste ore fremono con memore e gioiosa speranza per la celebrazione del mistero del Natale del suo unico Signore. In tale agire liturgico che include i gesti, le parole, le candele, i silenzi, le penombre, i canti e gli incensi di ogni comunità credente, fosse anche la più piccola e dispersa al mondo, si afferma con umile ma appassionata convinzione che sì, noi uomini dobbiamo diventare uomini. Anzitutto questo: diventare uomini prima ancora che diventare Dio. E questo diciamo e più ancora celebriamo specialmente nelle ore natalizie, quando davanti ai nostri presepi sostiamo colmi di stupore e tenerezza davanti al mistero del Dio fatto per noi carne, corpo, infanzia.

Fra gli ultimi. L'infinito amore di Dio si è compendiato con incredibile credibilità proprio nel minuto frammento, fragile e infreddolito, di una biografia iniziata di notte in una grotta alla estrema periferia dell'Impero. Essa è tuttavia capace ogni momento di riportare al cuore della storia linfa di senso e di vita circa la dignità e il destino dell'uomo, di ogni uomo, giacché, come insegna il Concilio Vaticano II "con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" e, ancora, "nel mistero nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione". Anzitutto è da questo svelamento dell'uomo alla sua umanità  - evento che non poteva non accadere di notte e in una notte di inverno quando più forte è la sete di luce- che è dato di risalire al senso del nostra origine, che si rivela non come caso o caos, ma come amore, come desiderio, quel desiderio di alleanza piena e definitiva che rende così misteriosamente prossimi l'uomo a Dio e Dio all'uomo e che potremmo definire "il sentimento dell'essere stati voluti", "sentimento supremo", come lo qualificava Luigi Giussani, nella sua capacità di avvertirci che il progetto di Dio e la libertà dell'uomo, i nostri giorni e la sua eternità, le nostre membra e la sua bellezza sono e restano per sempre radicalmente e sostanzialmente correlati. Sta forse qui la ragione del fascino che continua ad esercitare il Natale su tutti, credenti e non credenti, nonostante che le nostre impalcature di stelle a fosforescenza intermittente offuschino l'umile e povera gratuità del Dio che si spoglia nell'uomo per rivestirlo di Sé e rivelino semmai nella brama del possesso e del potere l'idolo da sempre più mendace e seducente.

Semplicemente nati. Il fascino cioè di riscoprirci una volta almeno durante l'anno tutti nati, semplicemente nati come è nato Gesù, anzi nati in Gesù per un desiderio che si chiama amore, un amore che i giorni di Pasqua ci insegneranno a chiamare meglio come passione. E con questa riscoperta dell'uomo, l'uomo finalmente restituito a se stesso, non senza una sofferta dialettica con mille odierne culture antiumanistiche, meglio intuiamo la sensatezza del voler "ancora diventare Dio", perché in Cristo Gesù l'uno desiderio si tiene con l'altro e sul nostro rassegnato e immemore Occidente si riversa la grazia di "un sole che sorge... per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace", come la Chiesa canta ogni mattina col Vangelo di Luca nella preghiera delle lodi, rinnovando dopo lo sgomento della notte la sua incrollabile speranza in un Dio che ha preparato un corpo per ammirare "la sua stessa immagine restituita alla primitiva bellezza" (San Bernardo di Chiaravalle) risvegliandone finalmente il desiderio nella sua prediletta creatura. Una bellezza che a Betlemme è divenuta per la prima volta e per sempre storia, volto, paradigma, icona e concretezza, come ci lascia intuire il pensiero di Julia Kristeva che nella sua rilettura non credente del nostro credo è arrivata a dirci che "la bellezza è l'invenzione più sorprendente e più paradossale del cristianesimo: il suo miracolo nel senso forte del termine, e la conseguenza diretta di quel miracolo iniziale che è l'Incarnazione".

Fonte:https://firenze.repubblica.it/


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